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Steve Hogarth dei Marillion, una serata particolarissima all’Auditorium di Roma

In Inghilterra li definiscono “uno dei segreti meglio custoditi dell’intero mercato discografico”, i Marillion, gruppo rock tra il progressive e l’indie, non sono i Genesis o i Coldplay, ma di storia ne hanno vissuta e fatta tantissima. Steve Hogarth ne è la voce dal 1988 e ieri ha omaggiato i suoi fans di un concerto particolarissimo, quasi un incontro tra amici ospitato nella sala Petrassi dell’Auditorium di Roma.

Una serata attesa da tempo, si chiama “H natural”, in cui il cantante non solo ripropone brani intensi dei Marillion ma anche suoi e di autori famosi, organizzata grazie all’impegno del fan club italiano ufficiale, The Web Italy. Potenza della rete che i Marillion da sempre hanno sfruttato anche per produrre i propri album e per uscire dalle logiche spesso troppo coercitive del mercato discografico.

Un concerto particolarissimo in cui il cantante, interagendo con il pubblico, sorprende per la sua spontaneità e crea una scaletta sul momento perfettamente adatta all’ambiente e al pubblico che partecipa con completo coinvolgimento. In questo spettacolo lo spazio tra palco e platea è ridotto al minimo, al punto che Steve è talmente prossimo al pubblico che più che altro sembra seduto in un salone attorniato da un gruppo di amici. E tra una canzone e l’altra si lamenta anche un po’ perché con le luci negli occhi non riesce a vedere bene il suo pubblico. Ma gli parla, racconta i brani che canta, invita a partecipare con trasporto e ascolta volentieri le richieste che gli vengono lanciate. Non teme di improvvisare e se sbaglia sorride proprio come se stesse cantando per degli amici.

La serata è un crescendo di emozioni. Si parte con i toni intimi e caldi della voce di Hogarth accompagnata dal pianoforte. Steve canta “Fantastic place” e “Cover my eyes” dei Marillion, poi “Here comes the flood” di Peter Gabriel e “Instant Karma” di John Lennon, mentre il pubblico lo segue, batte il tempo, canta e lo applaude. Su “Easter” basta un cenno di Hogarth e parte un coro quasi perfetto, questa volta è lui che applaude compiaciuto. Poi entrano in scena le Ranestrane, gruppo rock progressive italiano straordinariamente versatile, il palco si allarga e si riempie di strumenti, c’è persino un’arpa celtica che si sposa magnificamente con le sonorità di “Waiting to happen”. La musica si fa sempre più coinvolgente e il massimo della spettacolarità la si raggiunge con “Estonia”. È un tripudio. Quasi 3 ore di concerto senza un attimo di noia.

Vania Amitrano

 

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