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Tegola su Trump: si dimette consigliere Flynn

Si è dimesso Michael Flynn, il generale voluto da Donald Trump come consigliere per la Sicurezza nazionale.

Fatale a Flynn è stata la rivelazione, data dalla stampa USA, di aver trattato questioni di politica estera al telefono con l’ambasciatore russo Sergej Kisljak prima di insediarsi in carica. Ma ancor più grave, soprattutto agli occhi degli elettori americani, è stato quel che ha fatto dopo: ha negato tutto al vicepresidente Mike Pence, facendogli dire il falso in tv in più di un’occasione, e all’FBI, che ha aperto un’inchiesta sulla vicenda.

L’argomento della telefonata – avvenuta lo scorso 29 dicembre – erano le ultime sanzioni annunciate da Barack Obama nei confronti di Mosca: Flynn avrebbe promesso a Kisljak di revocarle appena dopo l’insediamento di Trump. In effetti all’epoca il Cremlino non protestò, fatto che destò una certa sorpresa fra i commentatori, ma che si spiegherebbe se l’entourage di Vladimir Putin fosse stato al corrente delle intenzioni dell’amministrazione Trump.

Lo scandalo è scoppiato quando nove funzionari della Sicurezza nazionale – rimasti anonimi – hanno riferito il contenuto della telefonata al Washington Post. Flynn all’inizio ha negato tutto, poi ha corretto il tiro: ha detto di non ricordare se avesse parlato delle sanzioni, ma di non essere certo di non aver toccato l’argomento.

Interferendo nella politica estera del suo Stato quando era ancora un privato cittadino, Flynn avrebbe violato il Logan Act, una legge del 1799. Ma nessuno, nella storia degli USA, è mai stato condannato per aver infranto quella norma. Più grave – come detto – è aver mentito al vicepresidente e all’FBI, cosa che il generale ha ammesso di aver fatto, nel momento in cui ha annunciato le dimissioni.

La stessa ammissione di colpevolezza di Flynn ha destato qualche sospetto. Alcuni parlamentari democratici hanno chiesto di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta per stabilire se l’ex consigliere abbia detto il vero, oppure abbia offerto la propria testa per nascondere responsabilità di Pence o dello stesso Trump. Secondo un altro articolo del Washington Post, il dipartimento di Giustizia aveva informato la Casa Bianca dell’inchiesta federale – che intanto è ancora aperta – quando era ancora diretto da Sally Yates, la procuratrice generale ad interim licenziata da Trump per non aver difeso il suo decreto contro l’immigrazione.

58 anni, tutta la carriera nell’esercito con ruoli di altissima responsabilità nell’intelligence, Flynn è un trumpiano della prima ora. Considerato uno dei “falchi” della squadra di governo, è ritenuto uno dei più disposti a trattare con la Russia. Ha detto spesso di ritenere utile collaborare con Mosca per combattere il terrorismo internazionale, ed è comparso spesso su RT, la tv in inglese controllata dal Cremlino. Nel 2015 ha anche accettato un compenso per un discorso tenuto a una cena organizzata proprio da RT, dov’è stato ripreso seduto accanto a Putin.

È stato criticato anche per la sua gestione del Consiglio per la sicurezza nazionale – in molte posizioni di responsabilità ha preferito nominare militari ai civili che gli erano stati segnalati – ed è rimasto coinvolto nelle polemiche su suo figlio. Michael Flynn jr., con lui nel Transition Team che ha gestito l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, ne è stato allontanato ai primi di gennaio per aver difeso con tutte le sue forze la notizia – inventata di sana pianta – secondo cui un gruppo di stretti collaboratori di Hillary Clinton gestiva una rete di pedofilia con base in una pizzeria di Washington.

Al posto di Flynn, Trump ha nominato ad interim Joseph K. Kellogg jr., anche lui generale a riposo, veterano del Vietnam e suo stretto collaboratore. Per la nomina definitiva i nomi che circolano con più insistenza sono quelli di David Petraeus e Robert Harward. Il più noto è Petraeus, che ha diretto il Comando generale delle truppe USA in Medio Oriente e la CIA. Ma da qui si è dovuto dimettere nel 2012: è stato accusato di aver avuto una relazione con una giornalista che aveva scritto la sua biografia, con un’appendice dedicata a un passaggio di mano di documenti riservati, e secondo alcuni commentatori questo avvantaggerebbe Harward, viceammiraglio dei marine e uomo di fiducia del segretario per la Difesa James N. Mattis.

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