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Terremoto, Portoghesi: “Ricostruire l’habitat”

Nel giorno in cui la Terra ha di nuovo tremato nel Centro Italia e in attesa che si individuino e quantifichino altri danni per le violenti nuove scosse, Scelgonews chiede al professore e architetto Paolo Portoghesi un parere sulle modalità di ricostruzione degli edifici colpiti nelle zone terremotate. Partiamo da Norcia e da Amatrice, professore…

“La basilica di San Benedetto da Norcia era un edificio dal grande valore storico e legato a questa città che ha dato i natali a San Benedetto. Quindi non c’è dubbio che vada ricostruito con cura in modo tale da continuare a svolgere la sua funzione simbolica.” Lo sostiene il Prof. Paolo Portoghesi che traccia le necessità più urgenti relative alle ricostruzioni dopo i recenti terremoti che hanno colpito l’Italia centrale.

“La sua facciata – afferma il docente – è rimasta intatta, l’interno non aveva particolari qualità architettoniche ed è ricostruibile senza grandi problemi. Molto più difficile è ricostruire interi paesi come il caso di Amatrice perché l’Italia è ricchissima di questi straordinari complessi che sono sostanzialmente delle opere d’arte ma di estrema complessità in quanto comprendono strutture di epoche differenti, intrecciate tra loro e attraverso gli spazi.”

Ritiene giusto che le abitazioni vengano ricostruite negli stessi luoghi piuttosto che creare altri complessi abitativi?

“Mi sembra giusto che le persone che sono nate e vissute in questi paesi pretendano che questi complessi possano tornare ad essere simili a come erano. Ovviamente l’idea, spesso affermata un po’ superficialmente di costruire come era e dove era, non è accettabile perché altrimenti con il prossimo terremoto avremmo gli stessi risultati che abbiamo avuto con il terremoto attuale. Occorre quindi ricostruire con accorgimenti di carattere tecnologico che garantiscano la resistenza di questi nuovi edifici alle sollecitazioni che possono venire dal terremoto, cosa che riconosco non è facile. Infatti in Giappone quando il terremoto colpisce delle case, queste si ricostruiscono secondo i criteri dell’architettura moderna. In Italia non ce lo possiamo permettere perché abbiamo uno straordinario patrimonio che in Giappone non esiste, nel senso che la qualità delle strutture residenziali della città giapponese è una qualità priva di grandi significati culturali, infatti sono delle strutture provvisorie, ripetitive, prive di quei valori che sono tipici dei paesi italiani. Quindi, secondo me, anzitutto bisognerebbe studiare i risultati migliori della ricostruzione sia in Abbruzzo sia in Friuli dove effettivamente la ricostruzione è stata iniziata sin da subito, meno interessante è stata l’esperienza del Belice dove si sono cambiate le posizioni degli habitat spostandole nei dintorni, quindi costruendo ex novo e abbandonando quel che rimaneva. Lo spostamento secondo me, tranne proprio casi eccezionali che finora non si sono mai presentati, è un errore perché la gente vuole rimanere dove è nata e vissuta anche nei pressi dei luoghi che consentono loro un’attività economica, campi per l’agricoltura, etc.”

Quindi l’obiettivo è ricostruire sia come era e dove era nel passato sia con caratteristiche tecnologiche moderne?

“Questo è appunto un grande problema progettuale che sino ad ora è stato sottovalutato: si sente parlare di messa in sicurezza, di casette di legno, di container, ma non si parla di progetti mentre, secondo me, il progetto è l’aspetto che dovrebbe essere affrontato subito altrimenti c’è il rischio che passi una generazione prima che si possa tornare nei luoghi colpiti dal terremoto. Abbiamo visto a L’Aquila che la città ha perduto molte delle sue funzioni, per esempio quella di centro commerciale di un area molto vasta. Ecco quindi occorre fare di tutto perché insieme alla ricostruzione delle case ci sia anche una ricostruzione immediata delle caratteristiche sociali dell’habitat: bisogna pertanto procedere alla ricostruzione che deve sfruttare i grandi progressi che ha fatto la tecnica ricostruttiva e, nello stesso tempo,uesto è Q i progressi che ha fatto la storiografia identificando nella città i valori che sono strettamente legati alle tipologie delle morfologie. Se mi chiedessero di suggerire un equipe valuterei proprio gli architetti del luogo.”

Come si dovrebbe procedere?

“Per una ricostruzione integrale manca quasi sempre la documentazione, perché per gli edifici crollati i rilievi non ci sono, molto spesso si procede allo sgombero delle macerie cancellando anche quel poco che era rimasto di rilevabile, quindi ci si trova in una condizione molto precaria. A me risulta che ci sono stati gruppi di giovani progettisti appartenenti ai numerosi paesi presenti nella zona intorno L’Aquila che hanno lavorato bene, ovvero hanno ricostruito con alcuni caratteri dell’architettura tradizionale ma con tecnologie che garantiscono la resistenza al terremoto. Obiettivo del progetto di ricostruzione è che la gente che è stata costretta dal terremoto ad abbandonare le case, ritrovi quello che aveva lasciato, anche in una forma modificata purché mantenga quei valori e quelle caratteristiche che avevano creato questo legame psicologico molto saldo. Ovviamente deve essere organizzato un nucleo progettuale unitario per quanto riguarda la tipologia: ad esempio un nucleo di architetti potrebbe riguardare coloro che si occupano dei piani di ricostruzione dei singoli comparti in cui è stato suddiviso il paese e, in questi gruppi, dovrebbe essere presente una rappresentanza degli abitanti per una loro partecipazione alle decisioni di fondo senza peraltro delegare loro le responsabilità delle scelte che rimangono urgentissime.”

Qual è l’aiuto che possono dare gli abitanti delle zone colpite in termini di supporto alla ricostruzione? Cosa chiedere a questa rappresentanza di abitanti di queste zone?

“Non si può pretendere dai fruitori di sapere come fare, si può invece pretendere dai fruitori che raccontino cosa e come dovrebbe essere l’ambiente che verrà ricostruito.”

Vi sono dei casi nei quali la ricostruzione è inutile? 

“Nei casi in cui i paesi sono già quasi totalmente abbandonati, abitati al massimo da un paio di famiglie, non ha senso la ricostruzione, sarebbe come una ostinazione terapeutica. Indubbiamente il paese come nasce così può morire: ce ne sono tanti in Italia di paesi morti, alcuni sono stati recuperati da artisti, sarebbe molto bello fare un libro in merito.”

Roberto Logli

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