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Trump al Congresso parla come un presidente

Un discorso composto, misurato, presidenziale. È l’ultima sorpresa di Donald Trump, che ieri sera – quando in Italia era notte fonda – ha tenuto il suo primo intervento davanti alle camere del Congresso USA.

Tecnicamente non è ancora un “discorso sullo stato dell’Unione”: nemmeno quaranta giorni di presidenza sono pochi per riferire in Parlamento tutti i problemi principali della nazione. Secondo la prassi, nel suo primo discorso in Campidoglio, il presidente ha presentato i punti principali del suo programma di governo di fronte a parlamentari, membri del governo e giudici della Corte Suprema.

Appena ha iniziato a parlare, Trump ha condannato le violenze razziste e antisemite viste nelle ultime settimane. Poi ha ricordato che quello in corso è il Black history month, il mese in cui negli USA si ricorda la storia della minoranza di colore, delle sue persecuzioni e del suo cammino verso la parità di diritti. Temi diversi da quelli affrontati in campagna elettorale e nei mesi successivi, prima e dopo l’insediamento. In chiusura invece ha elogiato Ryan Owens, il soldato delle forze speciali USA morto a fine gennaio in Yemen, nel primo raid anti-terrorismo voluto dalla sua amministrazione.

In mezzo, i punti del programma sono gli stessi di cui ha parlato negli ultimi mesi: l’abolizione di Obamacare, il rafforzamento delle frontiere, la stretta sull’immigrazione, il muro al confine con il Messico. Trump ha parlato anche di una riforma fiscale “epocale”, che dovrà contenere “tagli enormi” per il ceto medio e le grandi aziende. Non è ancora chiaro dove si troveranno i fondi – a parte una generica allusione ai “miliardi di dollari” che secondo lui si risparmieranno con una politica più restrittiva sull’immigrazione – ma il discorso programmatico non è certo il posto giusto dove mettersi a cercare i dettagli.

Quel che ha stupito tutti i commentatori, però, sono stati i toni dell’intervento. Per la prima volta da quando è presidente, Trump si è espresso come un presidente. Al Congresso non si è visto il Trump delle sparate, dei pruriti autoritari e dei tweet biliosi a tutte le ore. Alle visioni dell’American carnage, il “massacro americano” evocato nel discorso di insediamento, si sono sostituiti appelli all’unità e alla speranza, che era stata uno dei cavalli di battaglia di Barack Obama. “Da ora in poi – ha detto – l’America sarà guidata dalle nostre aspirazioni, non oppressa dalle nostre paure”.

Il Trump di stanotte vuole ancora riformare le leggi sull’immigrazione, ma non esclude di farlo con i voti dei democratici; e non ha mancato di fare proprie battaglie condotte da anni dal partito rivale, come quella per i congedi parentali pagati, l’istruzione o la possibilità di concedere la cittadinanza USA agli immigrati irregolari. Tra quel che ha detto ci sono ancora ancora qualcosa di non vero e qualcosa di irrealizzabile, ma ha messo in mostra il suo lato più conciliante e ottimista, fatto che non è sfuggito anche ai commentatori più ostili.

Stanotte Trump “è diventato il presidente degli Stati Uniti”, ha commentato Van Jones, analista politico per CNN e tra i suoi critici più accesi:

Ci sono molte persone che hanno ottimi motivi per avercela con lui e per temerlo. Ma questo è stato uno dei momenti più straordinari nella storia della politica americana, punto.

La seconda notizia della serata – dopo la metamorfosi di Trump – è la crisi del partito democratico. Scaduto il mandato di Barack Obama, dopo la rinuncia alla candidatura del suo vice Joe Biden e la sconfitta di Hillary Clinton, i dem si sono ritrovati senza più una guida nazionale. Le uniche figure di rilievo nazionale sono i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, sono entrambi troppo in là con gli anni e troppo a sinistra rispetto alla linea mediana del partito. E così, per pronunciare il tradizionale “controdiscorso”, non si è trovato nessuno meglio di Steve Beshear, ex governatore del Kentucky, uno staterello del sud che dopo di lui è passato ai Repubblicani e ha votato per Trump.

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