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Trump fa i complimenti al sultano Erdogan

Il presidente USA Donald Trump ha telefonato al presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, per congratularsi con lui per la vittoria nel referendum costituzionale.

I due capi di Stato hanno parlato anche delle iniziative militari in Siria – concordando sull’“importanza di ritenere responsabile Assad” – e contro l’ISIS. Ma per una volta, la parte più interessante della conversazione sono le congratulazioni: non uno scambio di formalità diplomatiche, ma un vero e proprio riconoscimento della legittimità del referendum.

Il responso delle urne, favorevole a Erdogan per un pugno di voti, aveva ricevuto critiche dalle opposizioni turche e dalle organizzazioni internazionali, che sospettano irregolarità diffuse e contestano il disegno di dare al superpresidente poteri analoghi a quelli di un sultano.

Trump, fra l’altro, ha contraddetto quel che aveva detto ieri il suo portavoce Sean Spicer, cioè che prima di commentare avrebbe aspettato il rapporto degli osservatori internazionali sulle accuse di brogli elettorali.

Secondo gli osservatori dell’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione in Europa (OSCE), il voto “non è stato all’altezza degli standard del Consiglio d’Europa”. Sotto accusa circa 2,5 milioni di “schede sospette”, consegnate ai seggi senza timbro ufficiale. L’obbligo del timbro è stato abrogato in corsa, mossa che i partiti di opposizione considerano illegale. E mentre i loro sostenitori sono scesi in piazza nelle maggiori città turche, gli esponenti politici più in vista annunciano ricorsi alla Commissione elettorale suprema e chiedono l’annullamento della consultazione.

Il Partito democratico dei popoli (HDP) – la più importante formazione filo-curda di sinistra, che ha 59 parlamentari su 550 – si è dichiarato pronto a fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo se la commissione elettorale non annullerà le schede non timbrate. Ma Sadi Guven, capo della commissione, ha risposto di considerarle valide comunque, a meno che non sia provato che sono false.

Secondo Erdogan, tutte le critiche di oppositori e osservatori sono “motivate politicamente”. Il presidente accusa gli osservatori di aver avuto un approccio “parziale e pregiudiziale”, e coglie l’occasione per puntare il dito contro “le nazioni potenti del mondo” – che attaccandolo dimostrerebbero ancora una “mentalità da crociati” e l’Europa rea di aver lasciato la Turchia “alla porta da 54 anni”.

Secondo i numeri forniti da Ankara, a votare sono andati circa 50 milioni di turchi, l’85,3% degli aventi diritto. Il sì ha vinto con il 51,4% dei consensi, contro il 48,6% di no.

La riforma approvata in questo modo amplia di molto i poteri del presidente della Repubblica. La forma dello Stato passa da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale: si abolisce la carica del primo ministro, e il governo risponde direttamente al presidente della Repubblica. Ma si tratta di un presidenzialismo spinto all’estremo, privo di quei contrappesi al potere dell’“uomo solo al comando” presenti in altri sistemi presidenziali come quello degli USA. Ad esempio il Parlamento perde la facoltà di sfiduciare l’esecutivo o i singoli ministri. Il presidente ottiene anche ampi poteri di controllo sulla Corte costituzionale e sul Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (HSYK), l’organo di autogoverno della magistratura.

Per Erdogan è stata una decisione “storica” che “tutti devono rispettare”, compresi gli alleati della Turchia. Per l’opposizione è un’inversione di marcia che riporterà il Paese indietro di centoquarant’anni, cioè prima che i sultani ottomani concedessero la loro prima costituzione. Sicuramente il voto di domenica scorsa allontana le posizioni di Ankara e Bruxelles.

Il primo a chiedere l’interruzione delle trattative per includere la Turchia nella UE è stato il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz: “La Turchia non può essere un membro”, la riforma costituzionale è stato “un chiaro segnale” contrario, e il piano di adesione una “finzione” su cui “occorre finalmente sincerità”.

Critica anche la Germania di Angela Merkel. La cancelliera ha chiesto alla Turchia di impegnarsi in un “dialogo rispettoso di tutte le parti politiche e civili”, dopo che gli esiti del voto hanno mostrato “quanto profondamente sia divisa la società turca”.

F.M.R.

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