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Trump, oggi l’annuncio sull’accordo di Parigi

Oggi il presidente degli USA Donald Trump annuncerà la sua decisione sull’accordo di Parigi. Lo ha riferito lo stesso Trump, con un tweet. Il presidente terrà un breve discorso dal giardino della Casa Bianca quando a Washington saranno le 15, in Italia le 21.

Come ha anticipato già ieri la stampa americana, probabilmente Trump intende ritirare gli USA dall’accordo sottoscritto a Parigi nel 2015. L’intesa impegna gli Stati membri a tagliare le emissioni di gas serra in modo da rallentare il riscaldamento globale; non è vincolante, ma negli ultimi due anni sulla sua applicazione hanno vigilato le diplomazie di tutto il mondo, tenendosi sotto controllo l’una con l’altra, e questo ha fatto sì che alcuni Stati adottassero politiche di contenimento delle emissioni anche più radicali degli impegni presi.

Fino a oggi, i garanti del funzionamento di questo meccanismo sono stati USA e Cina, i più grandi produttori di gas inquinanti al mondo. Due anni fa la firma dell’accordo fu salutata come un grande successo, cercato e ottenuto a costo di grandi sforzi diplomatici da parte dell’allora presidente USA Barack Obama e del suo omologo cinese Xi Jinping. A sottoscriverlo furono i leader di 196 paesi: tra i firmatari c’è perfino la Corea del nord, mancano soltanto Siria e Nicaragua.

Se gli USA si smarcassero dai loro impegni, le conseguenze per l’ambiente potrebbero essere irreversibili: il riscaldamento globale è già in corso – dal 2014 ogni anno le temperature registrate sono costantemente più alte del precedente – e ogni anno perso complica il tentativo di fermarlo, o quantomeno rallentarlo, come si è deciso a Parigi.

Contro una possibilità del genere si sono levate voci da tutto il mondo. Il premier cinese Li Keqiang, in visita ufficiale a Berlino, ha rassicurato tutti sulle intenzioni di Pechino: “La Cina si assume le sue responsabilità internazionali sulla tutela del clima e per una crescita sostenibile”. Una linea che UE e Cina sono pronti a confermare nel vertice di domani a Bruxelles.

Anche il presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker ha commentato che Trump sembra non aver compreso i termini dell’accordo, ricordando, tra il serio e il faceto, che durante il G7 di pochi giorni fa a Taormina gli altri leader del mondo gli hanno provato a spiegare il processo con “frasi semplici”.

Non mancano le voci di dissenso interne agli USA, e non sono tutte espressione del partito democratico. Il sindaco di New York, Bill de Blasio, ha promesso di continuare a rispettare le quote previste dal sistema-Parigi qualsiasi decisione prenda Washington. Ma il fronte di opposizione che ha forse più chance di far cambiare idea a Trump è quello repubblicano. Ne fa parte chiunque non si riconosca nella linea antiecologista e antiscientifica che Trump sembra aver sposato. Ci sono collaboratori strettissimi dell’amministrazione presidenziale, come la figlia Ivanka, e insospettabili come il segretario di Stato Rex Tillerson, che pure viene dai ranghi della Exxon, una delle sette sorelle dell’industria petrolifera.

Nei mesi passati alla Casa Bianca, Trump ha già dato prova di saper cambiare idea all’ultimo: è accaduto con il NAFTA, il trattato di libero scambio con Messico e Canada – che pure era uno dei suoi cavalli di battaglia elettorali – e potrebbe accadere con il TTIP, il partenariato commerciale con l’Europa. Ma occorre ricordare che anche dall’altra parte della barricata, a dispetto delle evidenze scientifiche, si sentono voci influenti. Ad esempio il direttore dell’EPA, l’agenzia federale per la salvaguardia dell’ambiente, Scott Pruitt, e il chiacchierato stratega dell’alt-right Steve Bannon. Ma all’unisono con loro – potrebbe essere questo il fattore decisivo – cantano numerosi esponenti di seconda fascia del partito repubblicano, che non credono o fingono di non credere agli allarmi dei climatologi, e soprattutto gli elettori della Rust Belt che hanno fatto la fortuna di Trump. Minatori rovinati dall’energia pulita, che ha fatto chiudere le miniere di carbone, operai impoveriti dalla deindustrializzazione, delusi dall’indifferenza dei democratici e nostalgici di un’epoca passata in cui il Midwest era l’acciaieria del mondo. Un’epoca in cui nessuno si preoccupava dell’effetto serra, e le emissioni di ossidi di carbonio si spazzavano sotto il tappeto delle generazioni future.

F.M.R.

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