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Uber, l’app incubo dei tassisti

Qualcosa di più intelligente di un taxi. Così si autodefinisce sul sito Uber, l’app per il trasporto automobilistico diventata in breve tempo il mostro nero dei tassisti italiani. Come molte delle aziende leader nel settore della tecnologia, la società ha sede negli Usa, a San Francisco, ma è attualmente attiva in tutto il mondo, dall’America all’Europa (Italia compresa), all’Africa, all’Asia e al Medio Oriente. Perfino in Australia ed in Nuova Zelanda.

Fondata nel 2009 da Travis Kalanick e Garrett Camp,  l’azienda è cresciuta esponenzialmente, invadendo in quasi dieci anni anche il mercato italiano. C’è un motivo per cui Uber non può essere considerato un servizio taxi a tutti gli effetti, assumendo le stesse prerogative ma anche gli stessi obblighi di cui si deve far carico la categoria? In realtà ce ne sono parecchi. In primo luogo, se è vero che il costo della corsa è calcolato, come per le auto bianche, in base alla distanza percorsa o in base al tempo di percorrenza (a seconda che la velocità sia superiore o inferiore ai 17 km/h), la stessa tariffa può aumentare o diminuire sulla base della domanda e dell’offerta del servizio. In altre parole, se si prenota una macchina nel momento in cui sulla piattaforma c’è poco movimento, si paga di meno. Il servizio può variare anche a seconda del tipo di macchina scelta dal cliente (utilitaria, berlina, Suv, auto di rappresentanza).

Una seconda importante differenza è la modalità di pagamento: mentre nei taxi, il passeggero paga direttamente al conducente, nel caso di Uber, è il cliente a versare la sua quota direttamente all’app attraverso la carta di credito.

Insomma, quelle di Uber sono auto con autista, fanno gli stessi servizi dei taxi ma di fatto non lo sono. Questa ambiguità di fondo si traduce, affermano i tassisti, in vera e propria concorrenza sleale. Non solo. L’azienda di San Francisco ha messo a disposizione dei suoi utenti anche un UberPOP, attraverso il quale è possibile ottenere passaggi da privato a privato. In Italia però questo servizio è stato bloccato nel maggio 2015 dal Tribunale di Milano per ragioni di trasparenza.

Il problema che caratterizza Uber è lo stesso che contraddistingue altre grandi multinazionali come Google, Facebook o Amazon. Società grandi attive in tutto il mondo ma che sfuggono molto facilmente ai rilievi fiscali, andando a pagare le tasse nei Paesi dove più conviene loro (ad esempio l’Irlanda), venendo regolarmente multate dagli organi Internazionali, come è successo ad Apple nell’agosto del 2016, citata dalla Commissione europea per 13 miliardi di euro.

Lo stesso principio si può applicare al servizio proposto da Uber. Quali norme regolano i rapporti di lavoro tra chi fruisce del servizio e chi lo eroga? E dove pagano le tasse gli autisti che operano fuori dagli Usa ma sono comunque dipendenti dalla società statunitense?

Al momento, queste domande risultano essere senza risposta e le proteste dei tassisti, dopo l’approvazione di ieri del decreto Milleproroghe continuano ad aumentare. Dopo il sì del Senato alla cosiddetta “sanatoria pro Uber” infatti, i disagi causati dagli scioperi delle auto bianche nelle città italiane sono continuati senza sosta. A Milano anche oggi si è verificato uno sciopero spontaneo “ad oltranza” e assemblee si sono riunite davanti alla Stazione Centrale e agli aeroporti di Linate e Malpensa. A Napoli invece, pur se in stato di agitazione i tassisti hanno garantito il servizio.

La situazione non è certo migliore nella Capitale, dove questa mattina in alcuni dei posteggi principali della città, i tassisti sono presenti ma non prendono le corse, “garantendo solo – spiega uno di loro da piazza dei Navigatori – i servizi in urgenza, come corse per ospedali, da medici o per persone disabili e anziane”.

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