Mountain Gorilla in National Park in CongoBerggorilla im Kongo Regenwald

Un “Natale per la foresta”: donare per la salute di tutti

Quest’anno a Natale tra i vari regali si può scegliere di donare habitat sicuri per animali e comunità.

Mentre è ancora in corso a Parigi la Cop21 e si cerca un accordo tra i Paesi partecipanti per frenare il riscaldamento globale e i suoi effetti disastrosi sul pianeta, così come ha chiesto anche Papa Francesco ieri all’Angelus, Greenpeace lancia la campagna “Natale per la foresta” per regalare un futuro alle distese di vegetazione che sono il polmone del pianeta. Le foreste infatti hanno una fondamentale funzione di mitigazione dei cambiamenti climatici e e rappresentano la fonte primaria di sopravvivenza per milioni di persone. Natale può diventare l’occasione per fare qualcosa per le nostre foreste scegliendo di regalare un futuro al cuore verde della terra.

Ogni anno, denuncia Greenpeace, perdiamo più di 3 milioni di ettari di superficie forestale. Si consideriamo anche il fatto che le foreste ospitano più del 50% delle specie animali e vegetali, ne deriva che ci sono specie avviate verso l’estinzione. Non abbiamo molto tempo per invertire questa rotta che vuol dire  fermare la deforestazione, salvare la biodiversità, il clima, le persone.

Con la campagna “Natale per la foresta”, si può regalare ad esempio una casa sicura per la tigre di Sumatra, un habitat intatto per i grandi primati, terra protetta per le popolazioni indigene, un riparo tranquillo per il pappagallo amazzone attraverso una donazione.

“Abbiamo già distrutto più dell’80% delle foreste del nostro Pianeta, la casa di oltre la metà delle specie animali e vegetali – dichiara Martina Borghi della campagna Foreste di Greenpeace Italia – Dobbiamo assolutamente fermare questo scempio, per salvare la biodiversità, il clima, le persone. Dobbiamo difendere gli ultimi polmoni del mondo, e dobbiamo farlo tutti insieme”.

Monocolture industriali, allevamenti intensivi, incendi, commercio di legno illegale sono le cause principali della deforestazione, che interessa principalmente le foreste pluviali in Indonesia e le aree amazzoniche del Sud America. In Indonesia negli ultimi 25 anni sono andati persi 31 milioni di ettari di foresta, un’area grande quasi quanto la Germania. Le compagnie produttrici di olio di palma e polpa di cellulosa per la produzione di carta, denuncia Greenpeace, sono le principali responsabili di questa devastazione: quasi il 40% della deforestazione avvenuta tra il 2011 e il 2013 ha avuto luogo in terreni convertiti in piantagioni industriali.

Distruggendo le foreste si perdono inoltre habitat ricchi di diversità biologica e specie endemiche. Ad esempio, in soli due anni (2011 – 2013) gli oranghi che abitano esclusivamente le foreste del Borneo e Sumatra hanno perso il 4% di ciò che resta del loro habitat e sono sull’orlo dell’estinzione: allo stato selvatico, rimangono solo 55mila oranghi del Borneo e 6mila e 600 oranghi di Sumatra.

Gli incendi appiccati per deforestare l’Indonesia hanno avuto inoltre anche gravissimi effetti sulla salute delle persone:milioni di abitanti del Sud-est asiatico hanno subito danni gravi alla salute a causa della nube di ceneri e fumo provocata dai roghi. Si stima che circa 500mila persone in Indonesia siano affette da malattie respiratorie acute. e rappresentano la fonte primaria di sopravvivenza per milioni di persone.

La Banca asiatica di sviluppo (Adb) lancia ora un allarme: le conseguenze dei cambiamenti climatici potrebbero far diminuire dell’11% il Pil del Sud-Est asiatico entro il 2100. La nuova stima rivede in modo peggiorativo la proiezione effettuata nel 2009 quando si era ipotizzata una perdita economica del 7% annuo. Lo studio si è concentrato sulle cinque maggiori economie della regione: Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia e Vietnam che rappresentano il 90% delle emissioni nel Sud-Est asiatico ed ha rilevato che senza modificare gli esistenti modelli di utilizzo dell’energia – che comprendono l’uso in rapida crescita di carbone e petrolio – le emissioni di gas serra nel 2050 potrebbero essere il 60% in più rispetto al 2010.

“La riduzione delle emissioni richiederà un’azione su diversi fronti, tra cui una forte riduzione del tasso di deforestazione, che rappresenta la maggior parte delle attuali emissioni nel Sud-Est asiatico – ha detto Shang Jin Wei, capo economista dell’Adb. – Frenare la deforestazione potrebbe essere l’opportunità a più basso costo per la riduzione delle emissioni generando la metà della mitigazione delle emissioni in tutta la Regione fino al 2035.”

Anche in Brasile, nonostante i passi in avanti compiuti negli ultimi anni a tutela dell’Amazzonia, i dati più recenti registrano una preoccupante inversione di rotta. Nel periodo tra l’agosto 2014 e il luglio 2015 la deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è tornata a crescere, con un aumento di circa il 16% rispetto alla rilevazione precedente, come annunciato dalla ministro dell’Ambiente Izabella Teixeira.

L’aumento della deforestazione è sempre associato all’aumento di crimini forestali: la mafia del legno, infatti, si fa strada nei territori indigeni alla ricerca di specie di legno pregiate, spesso ricorrendo alla violenza e perfino all’omicidio.

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