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USA all’attacco: missili sulle basi di Assad

Gli USA hanno lanciato 59 missili in Siria. Si tratta di missili Tomahawk, partiti da due navi di stanza nel Mediterraneo. L’obiettivo che hanno colpito è la base aerea di al-Shayrat, da dove si presume sia partito l’attacco con armi chimiche sulla cittadina di Khan Sheikhoun.

È il primo intervento diretto degli USA in Siria da quando si è insediato il presidente Donald Trump, e ha scatenato una dura reazione da parte della Russia di Vladimir Putin, principale alleata del regime siriano di Bashar al-Assad.

Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (ONDUS), un’ONG con sede a Londra, ad al-Shayrat – “considerata la seconda più grande base aerea della Siria” – sono morte sette persone. La struttura, che ospita un battaglione della difesa aerea, abitazioni di ufficiali e un deposito di carburante, sarebbe quasi completamente distrutta. Il governatore della provincia di Homs, dove si trova la base, ha parlato anche di vittime civili: per le tv lealiste sarebbero nove, tra cui quattro bambini.

Favorevoli le reazioni dei principali alleati USA, da Israele all’Arabia Saudita, passando per Regno Unito e Giappone. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande, dopo essersi sentiti al telefono, hanno dichiarato che “la responsabilità di questi sviluppi è del solo Assad”: “Il ripetuto utilizzo di armi chimiche e i suoi crimini contro la propria popolazione reclamavano una sanzione”. Anche per il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni si è trattato di “risposta motivata a un crimine di guerra”, del quale “è responsabile Bashar al-Assad”.

A condannare l’attacco invece sono Russia e Iran, gli sponsor internazionali di Damasco.

La Russia “prima di tutto chiederà una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”, dichiara Viktor Ozerov, presidente della commissione Difesa della Duma di Mosca. Il bombardamento di al-Shayrat “può essere considerato come un atto di aggressione da parte degli Stati Uniti contro uno Stato ONU”, e rischia di peggiorare i rapporti diplomatici fra Mosca e Washington.

Per bocca della sua portavoce Maria Zakharova, il ministro degli Esteri Sergej Lavrov parla di “un atto di aggressione con un pretesto assolutamente inventato” e ricorda “la situazione del 2003”, cioè l’invasione anglo-americana dell’Iraq di Saddam Hussein, accusato – in base a prove falsificate, si scoprì poi – di possedere armi chimiche e batteriologiche.

Secondo Mosca, gli USA avevano già deciso di attaccare Assad. “È evidente che l’attacco con i missili cruise americani era stato preparato in anticipo”, è scritto nel comunicato letto dalla portavoce, e che gli “eventi di Idlib” sono stati presi a pretesto per una dimostrazione di forza.

La Zakharova ha anche riferito di un attacco su vasta scala da parte di milizie antigovernative contro le postazioni dei lealisti.

La Russia sospenderà il memorandum per la prevenzione degli incidenti concordato con la coalizione filoamericana. Lo ha detto Dmitri Peskov, il portavoce di Putin.

È vero che l’attacco non era stato autorizzato in via preventiva dall’ONU: i lavori del Consiglio di sicurezza, l’unico organo del Palazzo di vetro in grado di prendere questa decisione, erano stati bloccati dal veto della Russia. Quel che rende lecita l’operazione militare, invece, almeno nell’ordinamento americano, è una legge – approvata all’indomani dell’11 settembre – che autorizza il presidente a decidere senza consultare il Congresso in caso di grave minaccia alla sicurezza nazionale. E nella sua conferenza stampa da Mar-a-Lago, Trump ci ha tenuto a precisare di aver ordinato l’attacco nel “vitale interesse della sicurezza degli Stati Uniti”.

Martedì il dittatore della Siria, Bashar al-Assad, ha lanciato un terribile attacco con armi chimiche contro civili innocenti, uccidendo uomini, donne e bambini. Per molti di loro è stata una morte lenta e dolorosa. Anche bambini piccoli e bellissimi sono stati crudelmente uccisi in questo barbaro attacco. Nessun bambino dovrebbe mai soffrire tale orrore.

Il presidente cinese Xi Jinping, ospite di Trump a Mar-a-Lago, non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali a proposito dell’attacco di stanotte. La Cina è in una posizione diplomatica estremamente delicata: è l’unico alleato e sponsor della Corea del nord, un altro degli Stati contro cui l’amministrazione Trump ha detto di considerare un intervento militare unilaterale. Fino all’attacco di stanotte, le parole insolitamente dure di Washington potevano sembrare solo parte del gioco diplomatico. Ma gli sviluppi di stanotte hanno fatto ricredere molti analisti. Quasi tutti, oggi, vedono gli USA rivestirsi dei panni di “gendarme del mondo” come ai tempi di George W. Bush, con buona pace dell’isolazionismo che Trump ostentava in campagna elettorale.

La decisione, comunque, è destinata a scatenare vivaci polemiche dentro e fuori gli USA. Negli otto anni di Barack Obama la legge era la stessa, ma il presidente scelse di non agire senza l’autorizzazione del Campidoglio (rimasto per sei di quegli otto anni in mano ai suoi rivali repubblicani). E anche nel 2013, quando Assad fu accusato per la prima volta di aver usato gas tossici contro i civili, rinunciò all’ultimo momento a sferrare l’attacco, convinto della volontà del regime siriano di dichiarare e smantellare il suo arsenale di armi non convenzionali.

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