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USA: Trump, oggi decreti su muro e immigrati

Costruire il muro lungo il confine con il Messico e bloccare l’immigrazione dalle “nazioni esposte al terrorismo”. Sono questi gli argomenti all’ordine del giorno del nuovo presidente USA, Donald Trump.

Nemmeno una settimana dopo l’insediamento, Trump sembra più che mai deciso a mantenere tutte le promesse fatte in campagna elettorale, comprese quelle che hanno suscitato più scalpore e più dubbi sulla loro fattibilità.

Dallo Studio ovale in questi primi giorni escono decreti a ritmo serrato. Venerdì, poche ore dopo la cerimonia dell’Inauguration Day, Trump ha dato la prima picconata a Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal suo predecessore Barack Obama. Lunedì ha ritirato l’adesione al TPP, il trattato di libero scambio con i paesi che si affacciano sul Pacifico (anche se alcuni, nella foga, hanno creduto si trattasse del TTIP, il controverso trattato con gli stati europei). Martedì è arrivato il turno degli oleodotti: riapriranno i cantieri del Dakota Access, chiuso a furor di popolo, che attraverserà la riserva dei Sioux, e del Keystone XL, progettato per portare il greggio dalle sabbie bituminose del Canada alle raffinerie sul golfo del Messico.

Stando agli ultimi tweet del presidente, arrivati ieri sera (mentre in Italia era piena notte), oggi sarà dunque il turno del muro e di un provvedimento per bloccare l’immigrazione dalla Siria e da altre “nazioni esposte al terrorismo”.

La definizione è ampia e potrebbe anche includere gli stati della UE, come Belgio e Francia, dove le cellule jihadiste hanno colpito e ucciso. D’altra parte, scegliere quali migranti accogliere e quali respingere in base all’appartenenza religiosa – come aveva fatto intendere Trump in campagna elettorale – violerebbe la libertà di religione protetta dalla costituzione.

Anche sulla barriera lungo il confine, come anticipava già ieri il New York Times, Trump ha dovuto fare mezzo passo indietro rispetto a quanto promesso: per costruirla saranno stanziati fondi del Tesoro federale, non è ancora il momento di “farlo pagare al Messico”. Regnano

incertezza e trepidazione sui dettagli: quanto sarà lunga la barriera, come sarà progettata e quando sarà realizzata. Occorre ricordare che su un lungo tratto della frontiera – dove la linea non passa sulle acque dei fiumi – esistono già recinzioni e posti di guardia.

Intanto prende corpo l’ipotesi di un decreto contro le sanctuary cities, le amministrazioni locali che non puniscono gli immigrati irregolari. Ieri Marco Rubio ha anticipato ai giornalisti che “molto presto” sarebbero arrivati “annunci importanti in tema di applicazione della legge”, probabilmente già oggi, durante la visita in programma al dipartimento della Sicurezza nazionale.

Di pari passo procede la crociata di Trump e della sua squadra contro la stampa. Mentre la difesa di Sean Spicer – il nuovo portavoce della Casa Bianca, che ha definito “fatti alternativi” i numeri sballati citati insistentemente dal presidente sul numero dei presenti alla cerimonia d’insediamento – è ancora un fatto recentissimo, ieri Trump, durante un incontro con i parlamentari, ha di nuovo accusato Hillary Clinton di aver ricevuto il voto di “tre o cinque milioni di immigrati irregolari”. Tesi non dimostrata, e che gli ha attirato critiche pure dai banchi del partito repubblicano, che in teoria sarebbe il suo partito di riferimento: il senatore del South Carolina Lindsey Graham lo ha accusato di screditare la democrazia americana.

Per non parlare della reazione dei democratici alla sua elezione: due parlamentari, il senatore Ed Markey e il deputato Ted Lieu, hanno firmato una bozza di legge che vorrebbe obbligarlo a consultare il Congresso prima di ordinare qualsiasi attacco con armi nucleari, attacco che il neopresidente ha paventato più volte dal suo account Twitter durante la campagna elettorale.

Per ora, invece, sembra accantonato il progetto di spostare l’ambasciata USA in Israele da Tel Aviv – sede delle altre rappresentanze diplomatiche – a Gerusalemme, indicata come capitale da una legge costituzionale contestata dall’ONU. In un’intervista al quotidiano panarabo Asharq al-Awsat, Ahmed Majdalani, un esponente dell’OLP, ha detto di aver ricevuto “messaggi di rassicurazione” da Washington: “Indicazioni preliminari indicano che Trump ha fatto dietrofront”.

F.M.R.

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