Visco: Italia vulnerabile, avanti con le riforme

Debito pubblico e crediti deteriorati rendono l’Italia vulnerabile, ma gli strascichi della crisi economica si potranno neutralizzare andando avanti con le riforme, senza ripensamenti.

Sono queste, in estrema sintesi, le considerazioni finali di Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia, presentate a via Nazionale insieme alla relazione annuale per il 2016.

Questo è l’ultimo rapporto curato da Visco prima della scadenza del suo mandato: Visco è stato nominato a ottobre 2011 al posto di Mario Draghi, volato a Francoforte per dirigere la BCE, con un mandato di sei anni rinnovabile una sola volta.

Draghi era in prima fila ad ascoltarlo, seduto fra l’ex premier Mario Monti e la presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi. C’erano anche l’ex ministro dell’Economia ed ex direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, l’ex premier Lamberto Dini, anche lui ex direttore generale di via Nazionale, e l’ex governatore Antonio Fazio, l’ultimo a esercitare la carica senza vincoli di mandato.

La presenza di Draghi non è passata inosservata. Secondo quanto ha commentato Bankitalia, si è trattato di un omaggio alla professionalità dimostrata da Visco. Ma resta comunque un atto insolito e irrituale. Non è da escludere che la presenza di Draghi sia il suo modo di sostenere la ricandidatura dell’attuale governatore: il prossimo dovrebbe essere nominato a ottobre, come si è detto, in un periodo dell’anno che soprattutto in caso di elezioni anticipate potrebbe rivelarsi caotico.

Da parte sua, Visco ha dato il “benvenuto al presidente BCE” riconoscendo che le misure straordinarie decise nel 2014 hanno “contrastato con successo i rischi di una spirale deflazionistica”.

Debito pubblico e crediti inesigibili “riducono i margini di manovra dello stato e degli intermediari finanziari”, ha detto Visco nel suo discorso: “Entrambi rendono vulnerabile l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e possono amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche”.

“Centrale” è la “questione del lavoro”, dove “vediamo l’eredità più dolorosa della crisi”. Gli sgravi contributivi hanno contribuito ai miglioramenti registrati negli ultimi due anni. Ma i benefici nell’occupazione “si sono rivelati effimeri, perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo”.

“Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito”, dice ancora Visco. Le nuove norme UE hanno rappresentato una “brusca cesura”: “Manca un’efficace azione di coordinamento” fra autorità nazionali e internazionali nella gestione delle crisi bancarie, spiegherà in seguito il governatore. Nella loro applicazione occorre “evitare di compromettere la stabilità finanziaria”, e “preservare il valore dell’attività bancaria”, sempre rispettando i “principi alla base del nuovo ordinamento europeo”.

Pensare di risolvere i “problemi economici nazionali” semplicemente uscendo dall’euro è “un’illusione”, aggiunge: “non servirebbe a curare i mali strutturali della nostra economia”, “non potrebbe contenere la spesa per interessi, meno che mai abbattere magicamente il debito accumulato”.

La crisi economica degli ultimi anni ha avuto conseguenze più gravi di quella degli anni Trenta: “Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio”. Oggi l’economia italiana cresce, ma molto più piano delle altre in Europa.

“L’esigenza di superare la crisi ha sollecitato, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale”. Ma sarà altrettanto importante l’impegno che servirà a rilanciare una crescita stabile ed elevata, risolvendo la “questione del lavoro”.

“Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce”. “L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione”. Ma anche la spesa per investimenti pubblici, in calo dal 2010, “deve tornare a crescere”.

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