Don Matteo 10 tira sempre: record di share

Era il 7 gennaio del 2000 quando la Rai mandò in onda il primo episodio di Don Matteo, su Terence Hill pesava la deludente interpretazione del mitico don Camillo di Guareschi e le previsioni, in termini di ascolti, non mostravano ottimismo. L’accoglienza straordinaria della prima serie lasciò sorpresi tutti, produttori e reti. Sono trascorsi ben quindici anni da allora e gli indici di ascolto hanno superato ogni possibile aspettativa. Guardato con un po’ di sarcasmo dai critici televisivi più sofisticati, il fenomeno don Matteo spinge a interrogarsi sulle ragioni di tanto gradimento da parte del pubblico. Molte cose sono cambiate nel corso delle dieci stagioni televisive, il giallo non è più preponderante, si è inserita una linea sentimentale che coinvolge principalmente il giovane Giulio Tommasi, comandante dei carabinieri, si è affermata una linea teen con la presenza di Laura e Tomas nella canonica, lo stesso don Matteo ha iniziato a insegnare in una scuola superiore. Ma le ragioni del successo di questa serie tv, che non proviene da un format straniero ma che, al contrario, è stata esportata dalla Rai in Francia, Slovenia e Germania, sono da ricercare altrove, al concept iniziale.

Il parroco di provincia che sbanca i dati Auditel è Terence Hill che, con la sua tonaca svolazzante, non ha mai perso quel suo modo di fare da cow boy d’oltreoceano salendo e scendendo dalla bicicletta come se fosse un cavallo. La sua arma è una fede che non ha paura di mescolarsi con una realtà sempre più problematica. Non è né melenso né giustizialista, lo conosce bene il mondo, lui, che ha una back story da missionario in terre lontane. Il suo nemico non è colui che commette un crimine, il suo vero opponent è il male che inganna l’essere umano facendo leva sulle proprie fragilità. Inoltre don Matteo è un prete in piena regola, prega, celebra messa, ma ama anche lo sport, la vita sociale, stare con le gente, rappresenta insomma proprio quel prototipo di pastore che “ha addosso l’odore delle pecore”, per usare le parole di Papa Francesco.

Spalla imprescindibile del parroco è il maresciallo Cecchini, Nino Frassica, il fantasista della serie, che sdrammatizza, diverte in modo naturale, spesso recita a soggetto interpretando un personaggio pieno di risorse umane e con caratteristiche da avanspettacolo.

Uno sposalizio vincente che ci ricorda Don Camillo e Peppone. Un prete e un maresciallo, d’altri tempi ma molto attuali, che accompagnano il pubblico in un mondo che ispira nostalgia, quello della provincia, dei ritmi lenti, dell’assenza di solitudine, di quelle tavole condivise piene di calore umano. Niente di surreale, perché in molte province italiane si vive ancora così, nonostante i problemi, la criminalità.

Oltre al clima rassicurante fatto di ritmi umani, nella serie attrae anche quel senso di speranza che il protagonista trasmette non solo nel momento in cui la fragilità personale ha il sopravvento, ma ogni volta in cui la vita umana viene disprezzata.

Si possono trovare tanti limiti stilistici alla serie, i gialli non sempre ben costruiti, una psicologia dei personaggi a volte sottile, un’intrusione eccessiva della linea sentimentale sull’arco narrativo, ma la storia piace e continua a fidelizzare un pubblico vasto e trasversale. I dati auditel lo confermano, gli estimatori di don Matteo vanno dalla persona di bassa cultura al professore universitario, dagli anziani ai più giovani. Insomma un mix vincente per ascolti e autori.

Alessandra Caneva

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