Iran – Arabia Saudita: non solo sciiti contro sunniti

Arabia Saudita e Iran sono ai ferri corti dopo l’esecuzione del predicatore sciita Nimr al-Nimr, accusato di terrorismo da un tribunale speciale saudita e decapitato lo scorso 2 gennaio con altre 46 persone.

È di ieri la decisione del regno arabo – presto imitata dai suoi alleati – di rompere i rapporti diplomatici con Teheran. Stamattina, il ministro degli Esteri saudita Adel al-Jubair ha dichiarato di aver interrotto anche i rapporti commerciali con la Repubblica islamica, fermando i voli aerei e vietando ai suoi cittadini di circolare nel territorio del regno, a eccezione dei pellegrini.

A Teheran si cerca di prendere tempo. Il presidente Hassan Rouhani ha condannato duramente gli attacchi “da parte di estremisti” alle sedi diplomatiche saudite dei giorni scorsi, e ha rivendicato di aver ordinato al ministero dell’Interno di assicurare i colpevoli alla giustizia. E anche la Guida suprema Ali Khamenei ha scelto una linea ambivalente, rivolgendo pesantissime accuse a Riad, ma facendo appello alla “vendetta divina”, senza riferirsi a conseguenze in questo mondo.

Ad ogni modo, le piazze sciite sono insorte ugualmente. Particolare eco ha avuto il fotomontaggio, pubblicato su internet, in cui si paragona il boia saudita armato di scimitarra a quello dell’ISIS, in passamontagna nero e coltello.

In Iran sono stati dati alle fiamme l’ambasciata saudita a Teheran e il consolato a Mashhad, in Iraq gli scontri hanno lasciato due morti sul campo, e si sono registrati tafferugli anche ad Awamiyya, la città natale dello sheikh Nimr, nell’est dell’Arabia Saudita.

Negli attacchi avvenuti in Iran, a quanto si intuisce dalle immagini che hanno fatto il giro del mondo, potrebbero essere state usate armi non in dotazione ai civili, il che fa sospettare il coinvolgimento di settori dei Pasdaran. Ulteriore testimonianza, se ce ne fosse ancora bisogno, che l’Iran è ancora un paese diviso, e che l’accordo sul programma nucleare firmato la scorsa estate – primo passo del percorso che riporta la Repubblica islamica nella comunità diplomatica internazionale, uno degli obiettivi principali del presidente USA Barack Obama – ha inasprito le tensioni interne fra i tradizionalisti, che in genere si riconoscono nelle posizioni dell’ayatollah Khamenei, e i modernisti, sostenitori di Rouhani.

Questa divisione interna aiuta a spiegare la prudenza di Teheran. Prudenza che Riad non condivide. Anzi, si è speculato che il regno saudita abbia premuto scientemente sull’acceleratore per spingere l’Iran a una provocazione.

Oggi il ministro Jubair ha ripetuto che lo sheikh Nimr era un terrorista, e che la comunità internazionale dovrebbe essere grata a Riad per averlo eliminato. Ma la minoranza sciita saudita – secondo le stime, dal 10% al 15% dei cittadini, concentrati nella regione del Golfo, e tenuti ben ai margini del potere e delle rendite petrolifere – lo ricorda come un uomo che predicava il rispetto dei diritti delle minoranze, semmai insegnava a superare i settarismi – messaggio passato inosservato tanto ai poteri sunniti, che lo hanno giustiziato, quanto a quelli sciiti, che appena morto lo hanno nominato loro eroe – e non aveva alcun legame con le organizzazioni armate di marca sciita che operano nel regno.

La famiglia reale saudita, probabilmente, rimpiange i bei tempi andati. Fino a pochi anni fa l’Iran era indiscutibilmente parte dell’“Asse del male” e Riad era portata a esempio di “regime arabo moderato”. Ma da quando l’amministrazione Obama si è messa in testa di riportare l’Iran nella comunità internazionale, il vento è cambiato e gli alleati occidentali si sono fatti critici e sospettosi. Critici delle sue eclatanti violazioni dei diritti umani, e sospettosi che scavando sotto vari gruppi armati che combattono a vario titolo in vari teatri del Medio Oriente – incluse al-Qaeda e l’ISIS – si debba inevitabilmente trovare, prima o poi, un fiume di petrodollari sauditi.

Per i gruppi armati sponsorizzati da Riad, impegnati nelle guerre civili in Siria e in Yemen, non è un momento particolarmente positivo. L’intervento dell’aviazione a fianco del presidente yemenita Abdu Rabbuh Mansur Hadi, destituito dagli insorti Houthi, non ha capovolto gli equilibri sul campo come  si sperava a Riad. Il ritorno dell’Iran sulla ribalta della diplomazia internazionale, oltretutto, avrà per corollario il ritorno alla concorrenza fra il petrolio del regno e quello della repubblica islamica, in un periodo in cui la rivoluzione tecnologica USA e la diffusione sempre maggiore del nucleare e delle energie pulite tengono già basso il prezzo del barile.

In questo scenario l’amministrazione USA ha tutto da perdere, ma non intervenire significherebbe assistere impotenti all’escalation del pluridecennale gioco di potere fra sauditi e iraniani. Anche a intervenire i rischi sono gravi: sacrificare anni di lavoro diplomatico svolto con l’Iran, o compromettere le relazioni con i regimi arabi alleati. Non solo l’Arabia Saudita, ma anche i suoi alleati più fedeli, come Sudan, Bahrein ed Emirati arabi, gli stessi stati che si sono affrettati a tagliare i ponti con l’Iran quando Riad ha annunciato di aver preso la decisione. Probabilmente è la strada più accidentata che Obama abbia mai imboccato da quando è presidente. In fondo, già visibili all’orizzonte, ci sono le presidenziali di novembre.

Chi invece si è detto pronto a intervenire nella questione è Vladimir Putin. Quando il presidente russo si è proposto come mediatore per sparigliare l’impasse, in molti hanno pensato che volesse prendere le parti di Teheran, ricordando che i due stati sono saldamente a fianco del regime di Bashar al-Assad nella guerra civile siriana.

In realtà la situazione è più complessa. L’Iran è stato lo sponsor principale della fazione del presidentissimo fino a quando Putin ha deciso di far intervenire l’aviazione in Siria. Ha contatti diretti con le milizie sciite locali e con Hezbollah, l’organizzazione libanese che a sua volta invia truppe in Siria. Ma ha tutto l’interesse a mantenere Assad debole, per avere più potere di indirizzare le sue politiche, e la presenza militare russa sulla costa siriana gli va stretta.

Putin, come negoziatore, potrebbe decidere di cedere su qualche punto nella risoluzione della situazione siriana per compensare l’Iran. Se ne abbia davvero intenzione, e quale soluzione abbia in mente, resta ancora tutto da dimostrare.

F.M.R.

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