ISIS conferma: è morto Abu Omar al-Shishani

Il Ceceno è morto. Tarkhan Batirashvili, noto con il nome di battaglia di Abu Omar al-Shishani (in arabo, appunto, “il Ceceno”), era uno dei più abili comandanti militari dell’ISIS in Siria.

La notizia della sua morte è comparsa su Amaq, l’agenzia di stampa dell’autoproclamato Califfato jihadista. Sarebbe morto “da martire”, combattendo a Shirqat, nella provincia di Salah al-Din, tra Mosul e Baghdad, in Iraq.

Il Pentagono aveva già annunciato la sua morte lo scorso marzo, ma la versione dell’ISIS non corrisponde con quella della Difesa USA: secondo il segretario Ash Carter, Abu Omar sarebbe morto qualche giorno dopo essere rimasto ferito in un raid aereo in Siria. In realtà, sembra che le sue ferite fossero sì gravi, ma non fatali: era la versione sostenuta a marzo dagli organi di stampa dell’ISIS, ma aveva tutte le carte in regola per essere scambiata per propaganda. D’altra parte era stato dato per morto almeno altre tre volte: nel 2014 nel Caucaso, nel 2015, due volte, in Iraq.

Secondo la CNN, dirigenti del Pentagono avrebbero confessato di aver sbagliato le loro valutazioni, ma solo in privato. L’ammissione ufficiale è arrivata solo oggi, quando il portavoce ha annunciato che l’obiettivo del raid a Qarayya, in Iraq, era proprio lui. Fra le versioni dell’Amaq e degli USA i nomi delle località non coincidono nemmeno questa volta, ma Qarayya e Shirqat distano una manciata di chilometri, ed è plausibile ci si riferisca allo stesso avvenimento.

Una conferma attendibile, questa volta, è arrivata da Rita Katz, la fondatrice di SITE, il sito di intelligence che vigila sui vari gruppi terroristi etichettati come islamici.

Il fatto che sia stato ucciso in Iraq, in ogni caso, testimonia che i miliziani dell’ISIS – anche ora che perdono terreno ovunque – sono ancora in grado di attraversare indisturbati le frontiere nel deserto fra Siria e Iraq.

Abu Omar aveva trent’anni: era nato in Georgia nel 1986, quando la repubblica caucasica faceva ancora parte dell’URSS. La sua immagine, con la barba rossa che lo rendeva riconoscibile, e la sua fama di comandante brillante, per niente incrinata dal fiasco dell’offensiva su Kobane, ne facevano uno degli uomini più famigerati e temuti agli ordini di Abu Bakr al-Baghdadi.

La sua morte potrebbe avere anche un effetto collaterale sul Califfato: potrebbe ridurre l’afflusso di miliziani dalla Cecenia, dalla Georgia e dalle altre comunità del Caucaso, che prima erano attirati dalla sua fama e dal suo carisma.

La sua presenza nei ranghi dell’ISIS era anche motivo di grave imbarazzo per gli USA. Prima di entrare in al-Qaeda e partecipare alla scissione che ha dato vita all’ISIS, Abu Omar aveva fatto parte delle forze speciali dell’esercito georgiano ed era stato addestrato da istruttori venuti da Washington.

I fatti risalgono al 2008, quando la Georgia filo-occidentale di Mikheil Saakashvili si era trovata in guerra con la Russia di Vladimir Putin per il controllo sulle minoranze russe dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. La prassi USA di armare i musulmani contro Mosca era già stata sperimentata in Afghanistan, con effetti noti a tutti. Anche in Georgia, dopo il cessate il fuoco, e dopo che la NATO aveva abbandonato il tavolo, diversi elementi dei corpi speciali avevano disertato o erano stati espulsi, e si erano trasferiti in massa in Medio Oriente per continuare il jihad. Tra loro, Abu Omar era quello che aveva riscosso più successo. Partito dal campo e passato per la direzione di un carcere a Raqqa, era diventato amico e prezioso consigliere del sedicente Califfo.

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