Sabato prossimo papa Francesco visiterà Lesbo, l’isola greca dove sono sbarcati tanti profughi negli ultimi mesi.
“Andrò insieme con i miei fratelli, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymos”, ha detto il Pontefice alla fine dell’udienza generale di stamattina in piazza San Pietro, “per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco, tanto generoso nell’accoglienza”.
A corredo del discorso del Papa, una nota di Caritas Internationalis ricorda che “il principale campo per rifugiati e immigrati” sull’isola “è ora un ‘centro chiuso’, il che significa che i rifugiati e gli immigrati non sono autorizzati ad andarsene”. È uno degli effetti dell’accordo di smistamento dei profughi tra UE e Turchia: accordo “recente quanto controverso”, scrive il servizio Rifugiati dei Gesuiti – l’ordine di cui fa parte il Papa –, che “contravviene al dettato della legge internazionale” e “vìola il principio di non-respingimento delle persone bisognose di protezione”.
Nelle stesse ore, a Strasburgo, i presidenti del Consiglio UE Donald Tusk e della Commissione UE Jean-Claude Juncker hanno aperto la sessione plenaria dell’Europarlamento.
“Dopo la soluzione sul fronte dellas rotta balcanica sappiamo che si potrebbe riaprire quello del Mediterraneo centrale”, ha detto Tusk: “Siamo pronti a dimostrare solidarietà a Italia e Malta”.
L’ex premier polacco si è detto “consapevole dei tanti dubbi etici e legali” sull’accordo con Ankara,
Ma questi dubbi svaniranno se verrà applicato tutto l’accordo nei suoi dettagli . tutto dipenderà da come verrà messo in pratica.
“L’intesa prevede l’esame delle posizioni dei singoli”, spiega Tusk, “ed esclude le espulsioni di massa”. D’altra parte, senza l’accordo il panorama sarebbe stato più cupo: “sarebbe crollato Schengen”, sostiene , “ci sarebbe stato il caos politico e l’avanzata dei populismi”. La decisione di scendere a patti con Ankara è stata presa per “evitare l’orrendo traffico di esseri umani” nell’Egeo, ha detto ancora il presidente del Consiglio UE, che ha fatto appello a una “maggiore condivisione delle responsabilità”: “Non possiamo chiedere a una manciata di Paesi di affrontare la crisi da soli”.
Juncker, da parte sua, ha ribadito che la solidarietà fra gli Stati è il “faro della riforma del sistema di asilo europeo”:
Nessun Paese dev’essere lasciato solo e la carta geografica non può essere il criterio determinante delle scelte.
Un richiamo generico al principio di solidarietà, però, potrebbe non bastare. In Italia il sistema di accoglienza di rifugiati e richiedenti asilo “non funziona, non solo perché non ci sono posti, ma perché è gestito male”. Lo sostiene Giuseppe De Mola, ricercatore e operatore umanitario di Medici senza frontiere. In Fuori campo, un rapporto sulle condizioni di vita dei rifugiati in Italia che si basa su dati raccolti fra aprile e maggio 2015, MSF denuncia:
Almeno 10 mila richiedenti asilo e rifugiati in Italia vivono al di fuori del sistema di accoglienza in situazioni di precarietà e marginalità, senza assistenza istituzionale e con scarso accesso alle cure mediche, in siti informali come parchi, stazioni ferroviarie, baraccopoli, edifici occupati, in aree urbane e rurali.
“Buona parte delle 100 mila persone presenti nei centri di accoglienza e di quanti arriveranno nei prossimi mesi potrebbero presto condividere questa marginalità, inaccettabile in un Paese come l’Italia”, commenta il presidente di MSF Italia Loris De Filippi.
Oggi il ministro dell’Interno Angelino Alfano e qurello degli Esteri Paolo Gentiloni hanno scritto una lettera congiunta al commissario UE agli Affari interni e all’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, in cui criticano la decisione austriaca di rinforzare le barriere al Brennero.
“La decisione di ripristinare i controlli interni con l’Italia non appare suffragata da elementi fattuali”, si legge nel testo: in altre parole, lo spostamento della rotta dai Balcani all’Italia è ancora un’ipotesi temuta, non ancora un fatto verificato. E quindi la corsa ai ripari di Vienna “rischia di violare la regola del buon senso” – l’ha detto oggi Alfano – oltre, probabilmente, alle regole di Schengen.
L’eventuale problema del Mediterraneo centrale, in ogni caso, “non si può affrontare nello stesso modo” di quello dell’Egeo e dei Balcani, come ha detto Tusk oggi. Secondo il generale italiano Paolo Serra, consigliere militare dell’Inviato speciale ONU in Libia Martin Kobler, nel Paese nordafricano “ci sono un milione di potenziali migranti”; ma “aiutando il Paese a ricostruire il tessuto economico, agricolo ed industriale, queste persone non avranno più ragione di muoversi”. Il generale Serra – che ha parlato al comitato Schengen – è preoccupato soprattutto dal blocco dell’industria del petrolio dovuto alla guerra civile, che ha tolto lavoro a moltissime persone. Prima della caduta del regime di Gheddafi, la Libia produceva 1,8 milioni di barili al giorno; oggi non ne estrae più di 300 mila.
Nel frattempo in Grecia – dove la chiusura della rotta balcanica ha bloccato più di 50 mila profughi che hanno già attraversato l’Egeo – sono iniziate le evacuazioni dei campi più affollati, quello del Pireo e quello di Idomeni, ai confini con la Macedonia. Lo sostiene ERT, la TV di Stato ellenica.
Dal porto di Atene sarebbero partite circa mille persone: resterebbero sul posto 3800 fra rifugiati e altri migranti. “Il Pireo viene evacuato a poco a poco, senza violenze”; sostiene Giorgos Kyritsis, portavoce della commissione governativa che si occupa di gestire la crisi migratoria. E nella notte sono stati evacuati i primi 500 profughi da Idomeni.
Stamattina, però, al confine tra Grecia e Macedonia si sono verificati nuovi scontri fra i migranti e la polizia di Skopje. Gli agenti avrebbero lanciato ancora lacrimogeni e granate stordenti per far allontanare i profughi dalle recinzioni lungo il confine. A distanza di poche centinaia di metri, nel centro d’accoglienza di Gevgelija, il presidente macedone Gjorge Ivanov stava ricevendo la visita ufficiale dei suoi omologhi di Croazia e Slovenia, Kolinda Grabar-Kitarovic e Borut Pahor.