Gazebo, la farsa di una politica miserabile

Primarie si, primarie no, primarie forse. Per lo strumento di democrazia diretta nato dalla crisi degli apparati dei partiti tradizionali non è stata mai vita facile, Anzi per dirla tutta, la strada dei gazebo è sempre stata in salita.

A destra per ragioni “ideologiche” e culturali che soffocano l’idea stessa di far proprie indicazioni della base. A sinistra per ragioni opposte, perché con le primarie, almeno nelle intenzioni, si cerca un consenso preventivo per uomini e scelte da fare nell’interesse del partito ma anche personali come sembrerebbe configurarsi il tutto se si esaminano a fondo i casi di leader locali come De Luca, Bassolino e De Magistris.

In verità queste storie poco edificanti confermano come il ducismo da operetta presente nel dna della destra abbia ormai contaminato in maniera irreversibile anche una sinistra da anni in preda ad un delirio di rappresentanza che ha tirato fuori il peggio da un partito, ormai solo pallido ricordo di quello che fu l’apparato che doveva misurarsi con la questione morale lanciata da Enrico Berlinguer all’inizio degli anni ottanta.

A dieci anni dalla prima consultazione, quando nell’ottobre del 2005 l’Ulivo, su proposta di Prodi candidato premier passò la parola alla base, il bilancio di questo tipo di consultazioni si presenta quanto mai problematico e fallimentare soprattutto a sinistra.

Le consultazioni di Roma e Napoli sono la testimonianza di un esperimento che non funziona e questo al netto dei brogli, del voto di scambio, del ruolo dei capibastone e dei gruppi di potere presenti nei partiti. In verità a manovrare questo tipo di elezioni dal basso, sono sempre gli uomini d’apparato, quegli intramontabili personaggi oggi autentici padroni di ciò che resta dei vecchi partiti.

Lo scandalo di Roma Capitale con la sua sponda di delinquenza e malaffare ha confermato questo quadro penoso dello stato di salute della politica. A destra come a sinistra.

A Napoli poi questo tipo di realtà è ben più radicata e affonda le sue radici nel tempo. E senza scomodare il comandante Lauro le sue scarpe sinistre ed i pacchi di pasta distribuiti tra i disperati del Golfo, a partire dal comunista Valenzi in poi, la sinistra ha fatto propri metodi e meccanismi mutuati non tanto dalla delinquenza organizzata con la quale, nella prospettiva di fare affari pure si lavora insieme, ma dal degrado di una città disperata del fai da tè che non ha mai creduto, dai tempi del dominio spagnolo e borbonico, o riposto fiducia nel ruolo dello stato.

Le primarie più che terreno di confronto per validare progetti e scelte politiche sono sempre più l’occasione per pesare clientes e fedeltà parapolitica, pagata con incarichi professionali, lavoro e appalti, meglio se truccati e dannosi per lo Stato.

Stavolta a Napoli però è successo qualcosa di più grave. Sono uscite le monetine. Sì, proprio le monetine quelle da un euro date per poter votare ai gazebo di Piazza Plebiscito come di Posillipo o di Ponticelli. Un euro per guadagnarsi il paradiso della politica. Una chance per non restare fuori della porta della partecipazione taroccata, bugiarda e un po’ miserabile, tanto più miserabile se a dare mance di partecipazione è un consigliere comunale Pd come Antonio Borriello.

Dopo i cinesi, i rom, gli extracomunitari e i perditempo che hanno imperversato a Roma come a Milano e Napoli, c’è da chiedersi che senso hanno ancora questi gazebo ormai simbolo indelebile del fallimento della politica. Ma per completare il quadro c’è poi da chiedersi come il popolo degli amministrati, che dalla politica dovrebbe attendersi ben altro, può fidarsi di persone scelte con voto di scambio e monetine o peggio, se volete, grazie a selezioni via web come fa il movimento 5 stelle che per governare Roma ed il suo hinterland di cinque milioni (dicasi cinque milioni di persone) candida una gentile e magari anche brava giovane signora scelta da poco più 1300 votanti telematici.

Spunti per una riflessione critica di questo strumento di partecipazione dunque non mancano. Alle città da amministrare come al Paese serve però ben altro. In passato erano i dibattiti nelle sezioni, i congressi provinciali e regionali, e le tavole rotonde fatte di scazzi e cazzotti, a tenere alto l’onore dei partiti ma anche le aspettative della gente.

Ora che i partiti non esistono più e che le compagini politiche sono espressione di uomini che cuciono su se stessi la dimensione complessiva della politica, è del tutto irrilevante rivendicare il diritto a dei congressi per fare le scelte migliori per tutti. Ma qualcuno, prima o poi dovrà pur dire dove volgere la barra delle scelte strategiche, per il proprio partito ma anche per la comunità nazionale. I gazebo di sicuro non servono più a nulla perché ormai sono uno spettacolo triste sul quale diventa difficile fare anche solo dell’ironia.

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