Sulle circostanze della morte di Giulio Regeni, lo studente italiano ritrovato senza vita ieri al Cairo, non c’è ancora una versione ufficiale.
Secondo quanto detto ieri da una fonte della Procura, il corpo presenta ferite da taglio, ecchimosi e segni di bruciature di sigaretta, segni quasi inequivocabili di una “morte lenta” e dolorosa.
Si è saputo solo ieri che Regeni collaborava con il Manifesto. Scriveva di uno degli argomenti dei suoi studi, i movimenti sindacali indipendenti, e si firmava con uno pseudonimo che la testata ha preferito non rivelare, perché usato anche da altri collaboratori: “Temeva per la sua incolumità”, ha commentato Tommaso Di Francesco in un articolo di fondo. Timori che, alla luce dei tragici sviluppi, aggiungono un elemento di sospetto a un quadro già misterioso, aggravato dalle contraddizioni delle istituzioni. Ieri il direttore dell’Amministrazione delle indagini di Giza aveva provato con scarso successo a descrivere la morte del ricercatore come un incidente stradale.
Le condizioni del corpo, però, sono eloquenti. “Questo, in un paese dove da decenni la tortura fa parte del panorama quotidiano, è una coincidenza che non può non far pensare”, afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Se davvero si trattasse di omicidio politico, a rendere ardua la ricerca della verità saranno la sostanziale onnipotenza delle forze di sicurezza egiziane – la Polizia e le Mukhabarat, i servizi segreti – e la complicata rete di rapporti fra organi dello Stato e organizzazioni paramilitari. A favore di questa tesi giocherebbero le numerose tesi contraddittorie con cui varie autorità hanno tentato di coprire il vuoto lasciato dall’assenza di una versione ufficiale: omicidio a sfondo sessuale – il corpo è stato ritrovato nudo dalla cintola in giù, ma potrebbe essersi trattato di un depistaggio studiato –, rapimento ad opera di jihadisti – che però, almeno in pubblico, condannano il vizio del fumo, e non usano sigarette per torturare i prigionieri – o di criminali comuni interessati a un riscatto – che non è stato chiesto a nessuno –, tentativo di rapina, fino all’incidente stradale.
Intanto gli amici e i conoscenti di Regeni, che prima del macabro ritrovamento avevano lanciato su Twitter l’hashtag #WhereIsGiulio (“Dov’è Giulio?”), si sono dati appuntamento per sabato davanti all’ambasciata italiana al Cairo. Giulio è “uno di noi”, scrivono su Facebook: “È stato rapito, torturato e ucciso come tanti egiziani”. E oggi, ancora su Twitter, l’attivista Mona Seif – sorella del blogger Alaa Abd el-Fattah, uno dei capi della rivoluzione di piazza Tahrir, che sta scontando una condanna a cinque anni di carcere per aver organizzato una manifestazione contro il regime – ha pubblicato un appello rivolto agli stranieri: “Per favore, non venite in Egitto”, scrive, “almeno non adesso”.
Non finché non saremo capaci di darvi un minimo sicurezza e un trattamento adeguato da parte della popolazione e delle autorità.
Nonostante tutto questo, il ministro dell’Interno Angelino Alfano si è detto ottimista sull’esito delle indagini: “Sono convinto che al-Sisi non si sottrarrà alla collaborazione e che i buoni rapporti con l’Egitto siano un fluidificante che aiutino nella ricerca della verità”, ha detto ad Agorà. Il ministro ha spiegato che “squadre di investigatori italiani” stanno raggiungendo il Cairo per “collaborare con la polizia egiziana”, e che si farà di tutto “perché la giustizia sia severa con i responsabili”. Il team italiano arriverà in Egitto nel pomeriggio: comprende uomini dello SCO della Polizia, del ROS dei carabinieri e dell’Interpol.
Auspica “piena collaborazione” anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, secondo cui un delitto tanto efferato “non può rimanere impunito”. Anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, nella conferenza stampa che ha tenuto, ha chiesto “verità”. Già ieri la Farnesina aveva convocato l’ambasciatore egiziano a Roma, Amr Mustafa Kamal Helmy.
Nel frattempo il presidente egiziano Abdul Fattah al-Sisi ha telefonato al presidente del Consiglio Matteo Renzi per assicurargli che il ministero dell’Interno e la Procura generale del Cairo faranno “ogni sforzo per togliere ogni ambiguità” sulla morte di Regeni.
Secondo MENA, l’agenzia di stampa di regime, le autorità egiziane danno al caso “la massima importanza”, e Sisi ha promesso a Renzi “cooperazione costruttiva”. Sempre MENA riferisce che “il ministero degli Affari esteri ha convocato l’ambasciatore italiano”, Maurizio Massari, per aggiornarlo sugli sviluppi delle indagini.
Ieri pomeriggio il corpo dello studente è stato consegnato all’ospedale italiano del Cairo; domani alle 13 arriverà a Roma per l’autopsia, che sarà svolta nell’istituto di Medicina legale dell’università La Sapienza. L’esame è stato ordinato dal PM Sergio Colaiocco della procura di Roma, che ha aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio volontario. Anche se non esistono trattati di assistenza giudiziaria fra Italia ed Egitto, il pm ha aperto una rogatoria internazionale per ottenere copie dei documenti depositati al Cairo, sperando che gli inquirenti egiziani rispettino le prassi della cortesia internazionale.
Oggi, intanto, il Manifesto ha pubblicato l’ultimo articolo scritto da Regeni. A differenza degli altri, il suo ultimo pezzo è uscito con la sua vera firma, nonostante il parere contrario della famiglia. “Racconta con un’efficacia unica quel poco che è rimasto del sindacalismo indipendente in Egitto”, scrive oggi Giuseppe Acconcia a corredo dell’articolo, consegnato in redazione quasi un mese fa.
Al-Sisi ha ottenuto il controllo del parlamento con il più alto numero di poliziotti e militari della storia del paese mentre l’Egitto è in coda a tutta le classifiche mondiali per rispetto della libertà di stampa. Eppure i sindacati indipendenti non demordono.