Quattro anni di discussione non sono bastati all’Europa per bloccare definitivamente gli OGM: i ministri europei dell’ambiente hanno trovato oggi a Lussemburgo un accordo temporaneo, che consente ai vari Stati di coltivare o vietare gli organismi geneticamente modificati entro i confini nazionali. Il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti ha precisato che l’Italia resta fortemente contraria a tale possibilità e chiede la collaborazione degli altri Stati membri dell’Unione affinchè, entro l’anno, si completi il dossier sulla libertà di coltivazione o meno. 

I sei mesi di presidenza italiana, che inizieranno il 1 luglio, vedranno i governi europei impegnati a trovare una soluzione definitiva su questo tema fortemente dibattuto, che si presta a diverse interpretazioni. L’intesa di oggi è stata accolta con positività dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina: gli Stati avranno facoltà di decidere più liberamente in merito alla produzione agricola nazionale, senza per questo incorrere in sanzioni comunitarie. In particolare, il testo approvato prevede che, se un’impresa vuole introdurre sul mercato europeo un prodotto OGM, lo Stato possa chiedere alla stessa di non coltivarlo sul proprio territorio. In caso di mancato accordo con l’impresa, lo Stato può vietare del tutto o limitare la coltivazione, motivando la decisione con ragioni di politica agricola. In tal caso, seguirebbe un esame -entro 75 giorni- della Commissione europea sul provvedimento, non vincolante per lo Stato, che resta livero di recepire o meno le indicazioni della Commissione.
In Italia, però, perplessità sul testo sono state espresse da Greenpeace e Slow food: le due associazioni chiedono al Parlamento UE, prima dell’approvazione in Consiglio, di garantire le iniziative degli Stati contrari alla diffusione degli Ogm sul proprio territorio. Inoltre, sottolineano l’importanza di reintrodurre il concetto di “tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini“, eliminato dal testo attualmente in esame, auspicando che la direttiva comunitaria finale non sia solo una mediazione tra le differenti posizioni degli Stati, ma un documento in grado di salvaguardare l’ambiente e le economie nazionali.