“O così o Pomì” è stato un fortunato slogan, creato nel 1984 dall’agenzia Pirella Gottsche per lanciare la passata della Parmalat spiegando ai consumatori che una cosa ha un solo modo di essere fatta.Quasi trent’anni dopo, su una cartina stilizzata dell’Italia troneggia l’immagine di un bel pomodoro rosso grande che confina a nord con l parte alta della Lombardia, a est con il Veneto e a sud con l’Emilia. Perché è qui, nelle campagne intorno al Po, che viene coltivato il pomodoro lavorato da oltre 30 anni dall’azienda parmense che produce l’ “autentica passata italiana”. Il 95% del prodotto viene conferito dalle coltivazioni lombarde ed emiliane distanti in media 42 km dagli stabilimenti situati tra la provincia di Cremona e di Parma.
“Solo da qui, solo Pomì” è la scritta che campeggia sul manifesto dell’azienda produttrice che ne spiega a finalità: “Ribadire uno scopo che riteniamo fondamentale per la nostra attività: l’origine della materia prima”.
Tutto giusto e sacrosanto per chi stocca, lavora e vende spiegando pure che “p
er essere vicini e trasparenti coi nostri consumatori, offriamo un servizio in più, unico nel nostro mondo. Se hai acquistato una confezione di prodotto POMI’, sul retro della troverai riportato un logo:“POMITRACE”, il sito dover poter addirittura visualizzare
il nome e la localizzazione delle aziende agricole che hanno coltivato il pomodoro fresco contenuto nel lotto acquistato.
Non certo per la concorrenza allocata qualche regione più giù, che risente dei recenti scandali messi in rete da un servizio de Le Iene dove si informava della situazione altamente pericolosa tra Acerra, Nola e Marigliano, il cosiddetto “triangolo della morte”, causa la presenza di colture di ortaggi in terresi usati per discariche abusive e deposito di rifiuti tossici. Qualche giorno fa inoltre è stata desecretata l’audizione nella Commissione rifiuti del pentito Schiavone sullo smaltimento illecito di veleni nella Terra dei Fuochi. Tutti elementi, questi, che hanno portato Pomì alla decisione di specificare la provenienza “nordica” delle loro materie prime.
La campagna pubblicitaria incriminata è firmata “In evidence“, agenzia che lavora anche per Eni, Alfa Romeo e Regione Lombardia. Ma l’effetto non è stato di quelli sperati e sul web si sono scatenate le polemiche: tanti i messaggi su Twitter e Facebook che hanno chiesto il boicottaggio dell’azienda, ricordando casi simili di campagne controproducenti come Barilla ed Enel.
“I recenti scandali di carattere etico/ambientale“, si giustifica l’industria sul sito internet e la pagina Facebook, “che coinvolgono produttori ed operatori nel mondo dell’industria conserviera stanno muovendo l’opinione pubblica, generando disorientamento nei consumatori verso questa categoria merceologica. Il Consorzio Casalasco del Pomodoro e il brand Pomì sono da sempre contrari e totalmente estranei a pratiche simili, privilegiando una comunicazione chiara e diretta con il consumatore. Per questo motivo l’azienda comunicherà sui principali quotidiani nazionali e locali, ribadendo i suoi valori e la sua posizione in questa vicenda”.
Ma Federconsumatori e Adusbef ritengono “inaccettabile la strumentalizzazione messa in atto” dall’azienda produttrice della passata Pomì che “attraverso una campagna pubblicitaria di cattivo gusto, invitava a consumare solo ‘ pomodori padani’. Un messaggio dall’ impronta spiccatamente razzista, che oltretutto, in una fase delicata come quella attuale, contribuisce ad alimentare allarmismi e speculazioni”. “La salubrità dei prodotti – sottolineano le due associazioni – è un diritto fondamentale dei cittadini, che deve essere garantito dalle autorità competenti e attraverso stringenti norme che coinvolgono tutte le fasi della filiera”.
Servono quindi controlli costanti e rigorosi, nonché di una normativa urgente sulla tracciabilità di tutti i prodotti alimentari. L’unico modo per tutelare allo stesso tempo produttore e consumatore.