Strage di cristiani in Pakistan il giorno di Pasqua

Ha atteso il giorno più importante per ogni cristiano, quello della solennità di Pasqua che celebra la resurrezione del Figlio di Dio. Ha scelto con cura un parco giochi affollato di famiglie con bambini nel giorno della festa. E si è fatto saltare uccidendo più di 70 persone. E’ accaduto domenica pomeriggio a Lohore, nel Pakistan centrale, dove si erano raccolte molte persone di religione cristiana per celebrare all’aperto e in famiglia la festività pasquale.

Il bilancio è catastrofico: 72 morti, di cui 30 tra i bambini che nel momento dello scoppio utilizzavano i giochi, le altalene e le attrezzature sportive del Gulshan-e-Iqbal Park, e oltre 320 feriti. Le autorità hanno indetto tre giorni di lutto, mentre si cerca di risalire ai responsabili del movimento Jamat ul Ahrar che ha rivendicato l’attentato.

La polizia pachistana, come riferisce Geo Tv,  ha arrestato nelle ultime ore 15 persone. Lo riferisce oggi Geo Tv. Fra gli arrestati vi sarebbero anche tre fratelli del giovane che ha compiuto la strage del giorno di Pasqua. L’attentatore suicida è stato identificato come Yousuf, 28 anni, figlio di Ghulam Farid e residente nel distretto di Muzzafargarh.

Una strage definita “orribile” dal portavoce di papa Francesco: “Ancora una volta l’odio omicida infierisce vilmente sulle persone più indifese”, ha dichiarato padre Federico Lombardi, sull’attentato in Pakistan. “Insieme al Papa – che è stato informato – preghiamo per le vittime, siamo vicini ai feriti, alle famiglie colpite, al loro immenso dolore, ai membri delle minoranze cristiane ancora una volta colpite dalla violenza fanatica, all’intero popolo pachistano ferito”.

Secondo quanto riferito all’ANSA da Xavier P. William, responsabile dell’ong Life for All Pakistan che si occupa di diritti delle minoranze religiose, almeno 51 vittime e 157 feriti appartengono alla comunità cristiana. I sopravvissuti hanno detto di aver visto i corpi smembrati dalla deflagrazione riversi in pozze di sangue. Per trasportare i numerosi feriti negli ospedali sono stati usati i taxi e gli autorisciò che erano parcheggiato all’uscita del parco. Il governo di Islamabad ha dispiegato alcuni reparti dell’ esercito per facilitare le operazioni di soccorso. La polizia ha confermato la presenza di un ‘kamikaze’ e anche l’uso di sfere metalliche nell’esplosivo per aumentare l’effetto letale. Al momento della strage c’era una grande folla nel parco a tal punto che le vie di accesso erano intasate dal traffico. E’ emerso che non c’era alcun servizio d’ordine a protezione dei numerosi ingressi del parco pubblico che è uno dei più grandi di Lahore. Il massacro è stato duramente condannato da India, Stati Uniti e anche dall’Italia.

“Il pensiero corre alle piccole vittime pachistane di #Lahore e alla Pasqua insanguinata dalla follia kamikaze #prayforlahore” ha scritto su Twitter il premier Matteo Renzi. Anche la premio Nobel per la pace Malala Yousafzai ha stigmatizzato la strage sempre su Twitter. “Sono sconvolta da un crimine insensato – ha scritto la giovane – che ha colpito gente innocente”. Il 15 marzo dello scorso anno due kamikaze sempre del Tehrek-e-Taliban Pakistan (TTP) Jamat-ul-Ahrar, si erano fatti esplodere all’ingresso di due chiese di Lahore vicine fra loro, la cattolica St.John’s Church e la cristiana Christ Church causando 17 morti.

Paul Bhatti, presidente dell’All Pakistan Minorities Alliance (Apma), ex ministro per l’Armonia nazionale e fratello di Shahbaz, storico difensore delle minoranze, massacrato dai fondamentalisti il 2 marzo 2011, è stato intervistato oggidal quotidiano della CEI ‘Avvenire’ : «Siamo increduli e addolorati. Non permetteremo, però, che i terroristi raggiungano il loro obiettivo». Nelle pieghe della violenza omicida del gruppo che, il giorno di Pasqua, ha fatto strage di bimbi a Lahore, si nasconde un messaggio. O, meglio, un fine: «Fermare il processo in atto in Pakistan», afferma Paul Bhatti. 

Negli ultimi anni, il governo pachistano ha avviato una serie di politiche volte ad isolare le componenti estremiste e i partiti politici storicamente vicini a queste ultime.

Il punto di svolta – afferma Bhatti – è stato l’ attentato alla scuola militare di Peshawar, il 16 dicembre 2014. Nell’attacco, morirono 132 ragazzini, tra i 7 e i 18 anni, tutti figli di esponenti delle Forze armate. Una simile brutalità ha spazzato via qualunque forma di connivenza tra esercito ed estremisti. E ha favorito un’alleanza politico-militare anti-fondamentalisti, provocando una serie di contromisure “forti”.

Paul Bhatti analizza la situazione in Pakistan, dalla persecuzione dei cristiani alla violenza terroristica islamista che impediscono al Paese di decollare e di offrire migliori possibilità di vita a tutti i suoi cittadini. E spiega gli obiettivi dei violenti che si nascondono dietro alla religione. Dietro a un estremismo abusivamente religioso da una parte e squilibri nelle relazioni internazionali dall’altra.

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