Nella notte tra domenica 2 e lunedì 3 giugno sono continuate le proteste contro il governo in numerose città della Turchia. Diversi gruppi di manifestanti si sono scontrati contro la polizia, che ha risposto con lanciando lacrimogeni e utilizzando gli idranti. Alcune sedi del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), di cui è presidente il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, sono stati incendiati. Oltre 1700 persone sono state arrestate in 67 diverse città del paese: molte di queste sono state rilasciate dopo poche ore, in seguito a una serie di accertamenti.
Secondo diversi giornali e agenzie di stampa, l’ultima notte è stata la più violenta da quando sono iniziate le proteste tre giorni fa. A Istanbul le principali violenze si sono verificate nel quartiere di Besiktas. Centinaia di manifestanti hanno costruito barricate con ciò che hanno trovato per strada, confrontandosi per diverse ore con la polizia. Poco distante, gli agenti si sono dati da fare per mantenere isolato l’ufficio del primo ministro Erdogan, uno degli obiettivi della protesta.
Le proteste a Istanbul erano iniziate in seguito all’avvio di un cantiere per costruire un centro commerciale in uno degli ultimi grandi parchi della città. Nei giorni seguenti la manifestazione è diventata maggiormente politica e di generale protesta contro il governo di Erdogan, accusato di essere poco democratico. La maggior parte dei manifestanti è costituita da giovani ragazzi, quasi tutti appartenenti alla classe media. Accusano il governo di avere avviato una progressiva islamizzazione del paese.
Il quotidiano turco Hurriyet ha scritto che Erdogan ha fatto un passo indietro sulla decisione di costruire il centro commerciale a Gezi Park; il primo ministro ha detto anche che sarà costruita una moschea a piazza Taksim, probabilmente al posto del Centro Culturale Atatürk.
Nella serata di domenica, invece, la protesta è diventata sonora per le strade di Istanbul, Ankara e Smirne. Il centro delle tre più grandi città è stato invaso da migliaia di automobilisti, con la mano schiacciata sul clacson. Sui balconi di molte case e per le strade il concerto dei clakson è stato accompagnato da quello metallico delle pentole sbattute una contro l’altra dalla gente per unirsi alla richiesta dei manifestanti di Taksim e Kizilai.
Ad Ankara sono attualmente 484 i manifestanti che sono stati curati negli ospedali, da venerdì a oggi. Lo ha reso noto il segretario generale della sezione locale dell’Associazione dei medici turchi, Selcuk Atalay. Secondo quanto dichiarato dal medico un manifestante è in gravi condizioni. “Ci sono persone gravemente ferite da proiettili di plastica” ha dichiarato Atalay.
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, non conferma le due vittime: “Non sono confermate le notizie secondo le quali ci sono due morti” dopo gli scontri di ieri e questa notte in piazza Taksim a Istanbul, ma “cinque persone sono in pericolo di vita per ferite alla testa”, ha detto. “Pretendiamo dal ministero della Sanità turco informazioni precise sul numero di persone rimaste ferite negli scontri” e “lanciamo un appello perchè ci sia uno stop nell’uso di gas lacrimogeni che sono la causa principale delle ferite riportate dai manifestanti”, ha aggiunto Noury.
L’ufficio di Amnesty International a Istanbul, nei pressi di piazza Taksim, è stato trasformato in una sorta di pronto soccorso per fornire aiuto ai feriti degli scontri. “I manifestanti fermati sono stati tenuti in massa, fino a 12 ore, nei blindati della polizia senza acqua, cibo e senza servizi igienici”, ha detto ancora il portavoce di Amnesty raccontando anche di “violenze nella stazione di polizia vicino a piazza Taksim e nella stazione centrale di polizia di Istanbul”. Secondo fonti mediche, ha precisato Noury, “lacrimogeni sono stati lanciati anche all’ingresso degli ospedali” e la polizia “ha arrestato feriti che necessitavano di cure”.
F.B.