Lui, Willy, aveva solo 21 anni e grandi ambizioni: diventare se non un cuoco, almeno un aiuto cuoco. I suoi sogni si sono però spenti la notte del 6 settembre in quel di Colleferro.
Del ragazzo di Capo Verde, giunto in Italia a soli 3 anni, morto per un assurdo quanto particolarmente violento pestaggio ad opera di quattro balordi, ora in carcere, e di chissà quanti conniventi che hanno assistito all’azione delittuosa senza allertare alcun tipo di soccorso, avevamo deciso di non parlare perché troppo lo hanno fatto i media localim nazionali, carta stampata radio e tv.
Ma ora corre l’obbligo di dire quello che molti addetti all’informazione hanno scelto di tacere: la modalità di vita che hanno scelto, per una fatale coincidenza (?), tutti e quattro i giovani detenuti nel carcere romano di Rebibbia. Mastini diventati agnellini, molto preoccupati della loro incolumità tanto da chiedere il regime di isolamento per scongiurare qaulsiasi approccio con gli altri detenuti che come era prevedibile non hanno riservato loro una calorosa accoglienza.
I due fratelli Bianchi, Marco e Gabriele, accusati insieme agli amici Mario Pincarelli e Francesco Belleggia dell’omicidio di Willy Monteiro a suon di calci e pugni e, se la perizia effettuata e depositata dovesse confermarlo, anche di una sorta di ‘rebounder’ sul corpo ormai inerme dello sfortunato ragazzo, ‘bravi ragazzi’, come giurano le loro mamme, alcuni anche impegnati lavoretti (uno dei Bianchi pare abbia comprato di recente una frutteria), che godono tutti del reddito di cittadinanza. Nel caso dei Bianchi, viene erogato anche al loro papà, manovale – a questo punto possianmo pensarlo senza fare peccato – a tempo perso.
Mentre la famigliola Monteiro Duarte, papà Armando e mamma Lucia, in Italia (a Paliano) dal 1990 vivono del lavoro che produce un’azienda agricola, dove presumibilmente si coltiva l’uva con cui si produce il noto vino Cesanese, i Bianchi & Co., almeno il ramo più giovane, come si evince dalle numerose foto postate sui social non sanno rinunciare alla bella vita fatta di suv, barche, attività commerciali, vestiti griffati, vacanze di lusso, alcol e droga. Tanto, per i loro capricci meno costosi ci sono ogni mese anche i soldi del sussidio tanto voluto dal Movimento 5 Stelle. Quelle che sono briciole per chi ha un tenore di vita complesso, ma per chi non ha più un lavoro o un tetto sotto il quale vivere possono equivalere al tesoro di zio Paperone.
La notizia dell’aiuto statale destinato alla formazione e a trovare lavoro permettendo così al beneficiato di integrare il reddito della sua famiglia, è riportata oggi da alcuni organi di stampa ed è emersa in seguito alle indagini patrimoniali sulla famiglia Bianchi di cui alcuni componenti risulterebbero nullatenenti e per questo percettori del reddito di cittadinanza.
“Dovevano abolire la povertà con il Reddito di cittadinanza, l’unica cosa che hanno abolito è la dignità. Il sussidio erogato dall’INPS, ancora una volta senza il minimo controllo o verifica, è andato questa volta ai fratelli Bianchi e ai loro compagni arrestati per l’assassinio del povero Willy che da mesi tra champagne e vita di lusso percepivano soldi pubblici per essere semplicemente dei criminali. Ma questo è il Paese pensato e voluto dai 5stelle: Reddito di cittadinanza ai mafiosi, purche’ senza lavoro dichiarato, e nessun aiuto per commercianti, artigiani, partite Iva, imprese, lavoratori in ginocchio. Non ci sono più parole per descrivere il Movimento 5 stelle e la loro ideologia distruttiva, vanno mandati a casa immediatamente perché non sono in grado di pensare uno Stato nelle sue articolazioni fondamentali, dall’economia al welfare passando per la Costituzione e la giustizia. E’ tutto solo propaganda. Vanno fermati”. Lo afferma, in una nota, Giorgio Mulè, deputato di Forza Italia e portavoce dei gruppi azzurri di Camera e Senato.