L’Erario incassa infatti solo l’1,13% delle somme dovute, contro il 17,1 % Ocse. In pratica vanta un credito di 111 miliardi, giusto quelli che servirebbero a coprire le spese sanitarie della nazione per un anno intero. O mettere in sicurezza tutto il patrimonio edilizio italiano. Oppure tagliare almeno un quinto delle tasse, fdando un po’ di respiro alle famiglie strangolate da una crisi che dura da quasi un decennio.
Ma quei soldi che secondo i calcoli della commissione governativa sull’economia sommersa sono i denari che ogni dodici mesi sfuggono al fisco, sottratti alla collettività da un esercito di evasori, sono destinati a rimanere il sogno di poter tappare qualche falla nel sistema, ripianare qualche conto, alleggerire il debito pubblico. Perché lottare contro i furbetti è un’impresa ardua. Tanto ardua che sembra non valere più la pena essere intrapresa.
E così, di male in peggio, passiamo dai 107,6 miliardi non incassati nel 2012, ai 109,7 nel 2013, ai 111,7 nel 2014. I dati provvisori del 2015, contenuti nella nota di aggiornamento del Def, sia pure con un ritocco al ribasso della percentuale del mancato incasso, non fanno presagire il cambio di passo più che necessario: 3,9 miliardi da scalare dai 111. E non c’è ancora una valutazione esatta del mancato introito Irpef dei lavoratori dipendenti irregolari, pari nel 2014 a 5,1 miliardi. Ad essere ottimisti si tornerebbe quindi ai livelli del 2012. Una situazione tale da far dire ieri al presidente dell’Istat Giorgio Alleva che la lotta all’evasione “è strategica”.
Basterebbe che la Guardia di Finanza riprendesse a fare il suo lavoro in materia di controlli antievasione.