Si e’ concluso con la tappa in Paraguay l’avvincente quanto stancante ma ricco di grandi emozioni, viaggio di Papa Francesco nel continente dal quale Egli stesso proviene. La visita del Capo della Chiesa Cattolica in America Latina e’ durata ben otto giorni e ha toccato l’Ecuador, la Bolivia e in ultimo il Paraguay: due giorni interi in ognuno di questi Paesi. Oggi il rientro a Roma.
Una settimana di intenso lavoro apostolico per Francesco che ha incontrato tutte le realta’ esistenti sul territorio: clero, religiosi, religiose e seminaristi; studenti della scuola e delle universita’; autorita’ governative; rappresentanti della societa’ civile ed anche i carcerati. Il Santo Padre ha toccato con mano il dolore che si vive negli ospedali pediatrici e quello che insopportabile luoghi dove la miseria toglie dignita’ a chi vi vive. Ha tollerato di tutto Bergoglio, a ritmi serratissimi con decine di appuntamenti: dall’assalto affettuoso dei milioni di sudamericani che lo attendevano con ansia, un vero bagno di folla, alle difficoltà della propria macchina corporea che si e’ trovata a dover fare i conti con i disagi che comportano i 4000 metri di altitudine, in Bolivia. Ha dovuto fare anche buon viso davanti all’originalità di quel crocifisso montato su falce e martello, dono del presidente Morales (per inciso, il crocifisso insieme all’altra onorificenza ricevuta dal presidente e’ stato lasciato con una scusa in Bolivia). A proposito del “crocifisso della discordia”, come e’ stato chiamato dai media latino-americani, “consegnato” dopo la messa a Santa Cruz alla Madonna protettrice della Bolivia, come ha precisato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. In un breve discorso, il Papa ha fatto sapere di apprezzato il “gesto di delicatezza” del presidente di offrirgli le due onorificenze, dedicate una al Condor come simbolo della Nazione e l’altra al gesuita. E lo stesso Morales, invece, ha fornito chiarimenti sulla croce che non e’ una sua invenzione, ma riproduce un “disegno del gesuita martire dei poveri Espinal”. Ad approfondire l’origine del crocefisso è stato poi il sito boliviano Oxigeno.Bo, che ha intervistato Xabier Albò, “amico di Espinal, ricercatore, tra i gesuiti più noti nel paese”. È proprio lui a conservare infatti la croce originale, le cui misure sono di 40 e 50 centimetri: quella consegnata da Morales al Papa – precisa – è infatti una replica. Commentando il significato della croce, lo studioso taglia corto: “In alcun modo Espinal era comunista, la sua è stata invece una scommessa per il dialogo tra marxisti e cristiani, tra operai minatori e cristiani. Io ho ereditato il crocefisso e non penso consegnarlo a nessuno”, aggiunge, ricordando che il ministro degli esteri boliviano, David Choquehuanca, glielo aveva chiesto proprio in occasione dell’arrivo del Papa.
L’autore di ‘Laudato si”, appena pubblicata, alla forza persuasiva delle sue parole di speranza, lascia in Sudamerica l’enciclica che in Ecuador viene promossa a programma di governo e in Bolivia si trasforma in “manifesto” di lotta, durante l’incontro con i Movimenti Popolari, odierni precari delle tre T, “tierra, techo y trabajo”, e sostituti dei proletari che furono. L’enciclica, la seconda in tre anni di pontificato, dedicata alla natura e alla tutela dell’ambiente ha elevato ancora più in alto le quotazioni di un Papa che senza mezzi termini grida anche agli ultimi: “Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi …. E non lo sopporta più la Terra, la sorella Madre Terra…”.