Gli USA revocheranno l’embargo sulle armi al Vietnam, che durava da cinquant’anni. Lo ha annunciato il presidente Barack Obama, arrivato ieri a Hanoi per una visita ufficiale di tre giorni.
Nella conferenza stampa dopo l’incontro con il suo pari grado vietnamita Tran Dai Quang, Obama ha promesso che rimuoverà “completamente” il divieto di vendita di equipaggiamenti militari.
Secondo quanto ha spiegato l’inquilino della Casa Bianca, il gesto rientra in una politica di maggiore collaborazione nel campo della difesa tra Washington e Hanoi. Un altro passo nella distensione internazionale perseguita dall’amministrazione Obama, dopo quelli compiuti verso l’Iran, Cuba e la Birmania.
Il riavvicinamento – senza dubbio di portata storica – non sarebbe stato possibile se il Vietnam non si fosse sentito minacciato dalle ultime iniziative di Pechino nel Mar Cinese meridionale. Logico, quindi, che la leadership vietnamita cercasse forniture militari migliori e più moderne di quelle russe, di cui si serve ora. Era forse meno prevedibile che si rivolgesse proprio agli USA, contro cui ha combattuto per dieci anni, nella guerra che è diventata simbolo degli anni ’60 e ’70. Ma nella coscienza collettiva vietnamita, i ricordi più traumatici sono piuttosto quelli dell’invasione cinese, decisa da Deng Xiaoping dopo il ritiro degli americani.
La stagione del disgelo, in ogni caso, è iniziata da almeno vent’anni: Obama è il terzo presidente USA, dopo Bill Clinton e George W. Bush, a visitare il Vietnam dopo la fine della guerra.
In America la storica decisione del Presidente non ha trovato consensi unanimi. Diverse testate, da destra e da sinistra, gli imputano di non aver dato il giusto riconoscimento alla questione dei diritti umani. Fino a ieri si pensava che gli USA potessero manovrare la leva dei diritti imponendone il rispetto come condizione per ritirare l’embargo. Come a L’Avana, a Hanoi Obama ha incontrato i dissidenti, l’opposizione e la società civile, e il Partito comunista vietnamita si è mostrato conciliante liberando qualche prigioniero politico, ma non tutti sono convinti che tanto basti per riammettere anche il Vietnam nel salotto buono della politica internazionale.
In ogni caso, il dado è tratto. Nei suoi tre giorni in Vietnam, Obama ha in programma incontri con tutti gli esponenti politici di prima grandezza del regime: il presidente della Repubblica, il primo ministro Nguyen Xuan Phuc e il presidente dell’Assemblea nazionale Nguyen Thi Kim Ngan. L’estate scorsa aveva ricevuto alla Casa Bianca l’uomo più potente del Paese, il presidente del Partito Nguyen Phu Trong.
Dal Vietnam, Obama ripartirà per il Giappone, dove il calendario prevede il suo ultimo G7 da presidente e un altro appuntamento con la storia: sarà il primo presidente USA a visitare Hiroshima. Nei giorni scorsi, la Casa Bianca ha già fatto sapere che non chiederà scusa al Giappone per i bombardamenti atomici. Piuttosto, sembra avere intenzione di voltare anche questa pagina della storia delle relazioni internazionali. In sostanza, lo stesso obiettivo di questi tre giorni nel Sudest asiatico. E non sorprende che a farlo sia proprio lui, il primo presidente USA troppo giovane per aver combattuto in Vietnam.
F.M.R.