Panchine rotte, quelle in legno non si riconoscono più: le doghe sconnesse non vengono riparate da mesi, altre sono altalenanti.
Le scritte dei writers invadono ogni cosa: dai pilastri di marmo ai sedili posizionati fra le aiuole, fino ai cestini dei rifiuti. La colonnina Sos sulla destra dopo l’ingresso non funziona più e, tutt’intorno, si notano giacigli dei clochard. Lateralmente alla panoramica sulle rocce in fondo all’area, c’è una tenda che avvolge una sagoma. Sembra un sarcofago di stoffa, completamente coperto, ma è un letto open air. Scopriamo che ci dorme qualcuno solo dopo un po’ di minuti che l’osserviamo. I movimenti non lasciano dubbio alcuno.
Il parco di Colle Oppio, nel cuore della Capitale, fra desolazione e abbandono. Un copione che si ripete ad intermittenza per diverse aree verdi della città. Le scritte sono ovunque, l’estro creativo dei graffitari ha fagocitato anche il cartello del servizio giardini che praticamente non si riesce più a leggere. Poi le fronde degli alberi raso terra, i sentieri non asfaltati, i dirupi senza rete di protezione: il rischio sicurezza è dietro l’angolo, soprattutto per anziani e bambini. La ruggine in ogni dove la fa da padrona, i senza fissa dimora si lavano nella splendida fontana sottostante assediata da buste di plastica e avanzi di cibo. Poi punkabbestia con cani al seguito che si dimenano, di sera gli ubriachi imperversano. A farsi un giro da soli o provare a fare jogging non è proprio una passeggiata. A due passi dal Celio.