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Migranti, Zuccaro: nuovi sospetti sulle ONG

“A mio avviso alcune ONG potrebbero essere finanziate dai trafficanti, e so di contatti”. Ai microfoni di Agorà (RaiTre), il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro prova a spiegare perché ha aperto un fascicolo su presunte collusioni tra operatori umanitari e trafficanti di esseri umani.

“È chiaro che bisogna distinguere tra ONG e ONG”, spiega il magistrato. Alcune – Zuccaro fa i nomi di Medici senza frontiere e Save the Children – hanno “certamente scopi umanitari” e “operano da tanto tempo su tutti gli scenari internazionali, facendo veramente un gran bel lavoro”.

I suoi sospetti gravano su altre organizzazioni: sette per la precisione – cinque tedesche, una spagnola e una maltese –, che lavorano con 13 navi nel Mediterraneo. “Ci siamo voluti interrogare sulle evoluzioni del fenomeno – aveva detto Zuccaro, lo scorso 22 marzo, alla commissione parlamentare che controlla l’attuazione in Italia dei trattati di Schengen – e perché ci sia stato un proliferare così intenso di queste unità navali e come si potessero affrontare costi così elevati senza disporre di un ritorno in termini di profitto economico”.

Le ONG dal canto loro si difendono sostenendo che i loro bilanci sono trasparenti e sostenuti dalle donazioni di privati. Zuccaro però ha un altro sospetto: che dietro quei privati si possano nascondere i trafficanti.

Il traffico di esseri umani dalle coste africane a quelle italiane “oggi sta fruttando quanto quello della droga”, dice il procuratore ad Agorà.

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“Potrebbe anche essere, e forse la cosa potrebbe essere anche più inquietante, che si perseguano da parte di queste ONG finalità diverse”, come la “destabilizzazione” dell’economia italiana.

Sono solo “ipotesi”, chiarisce il magistrato: servono prove di ben altra consistenza per usarle nell’inchiesta. Ma le ha riferite lo stesso, senza paura di scatenare allarmismi:

Se io dico chiaramente che ho delle ipotesi di lavoro, se io dico chiaramente che non tutte le ONG lavorano correttamente, è ovvio che io non creo il corto circuito mediatico. Il corto circuito mediatico si crea se le distinzioni non vengono fatte, se i distinguo saltano.

“Spero che la procura di Catania parli attraverso le indagini, gli atti” – ribatte il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, dai microfoni di RepubblicaTV – “perché credo sia il modo migliore. Se il pm ha elementi in questo senso faremo una valutazione”. Ma il ministro ha le idee chiare: “In generale, non è giusto ricostruire la storia delle ONG come la storia di collusi con i trafficanti, è una menzogna”.

Purtroppo per le migliori intenzioni di Zuccaro, le sue “ipotesi di lavoro” sono state raccolte e ingigantite in una polemica politica di prima grandezza, con le sottigliezze e le cautele del magistrato spazzate via da certezze granitiche e soluzioni miracolose.

Ad esempio, in un articolo pubblicato sul blog di Beppe Grillo le ONG sospette sono diventate “una dozzina” – “tedesche, francesi, spagnole, olandesi, e molte di queste battono bandiere panamensi o altre bandiere ombra”. E nella questione è intervenuto anche Luigi Di Maio, anche lui del Movimento 5 stelle, citando – non sempre con la dovuta precisione – le parole di Zuccaro e i rapporti di Frontex, l’agenzia che controlla le frontiere esterne della UE. Negli ultimi giorni Di Maio ha dato vita a un furioso duello a distanza con Roberto Saviano: il giornalista è stato accusato di ipocrisia e buonismo, il vicepresidente della Camera di aver strumentalizzato la tragedia dei migranti in cambio del voto di chi vorrebbe “vedere i migranti in fondo al mare”.

A sdoganare i sospetti sull’operato delle ONG nel Mediterraneo era stato un articolo del Financial Times pubblicato il 15 dicembre 2016. La redazione del quotidiano finanziario di Londra aveva letto di quei sospetti in un documento riservato di Frontex. In seguito, il direttore esecutivo dell’agenzia – il francese Fabrice Leggeri – ha sostenuto che l’attività delle ONG sia un pull factor, un “fattore di attrazione” per i migranti. Sono queste le premesse da cui è partita l’indagine di Zuccaro.

MOASPer la precisione, il fascicolo aperto dalla procura di Catania – la città sede degli uffici italiani di Frontex – è un’“indagine conoscitiva”, un’inchiesta su fatti che possono non costituire reato (né accertato né solo sospettato), e quindi non prevede accuse né imputati.

Intanto Frontex corregge la rotta. La portavoce Izabella Cooper ha smentito Di Maio: nell’ultimo rapporto dell’agenzia UE non si scrive mai che le navi delle ONG siano “taxi del mare” o che le organizzazioni siano “colluse con gli scafisti”. Semmai, a pagina 32, si legge che le attività di salvataggio potrebbero avere “conseguenze indesiderate”: un modo di porre la questione dei fattori di attrazione senza indicare gli operatori umanitari come responsabili. “Salvare vite è un obbligo internazionale per chi opera in mare”, ripete la Cooper. “È chiaro che i trafficanti in Libia se ne approfittano”.

In realtà, però, non tutti gli specialisti del salvataggio in mare dei migranti condividono le ipotesi di Frontex.

“I numeri non forniscono nessuna prova del fatto che esistano delle connessioni tra la presenza dei mezzi di soccorso e il numero delle partenze dalla Libia”, afferma Marco Bertotto di Medici senza frontiere, citato in un articolo di Annalisa Camilli su Internazionale. “Per esempio, nei mesi successivi all’interruzione di Mare nostrum c’è stato un aumento delle partenze, eppure non c’erano mezzi pronti al soccorso”.

“L’accusa di fungere da pull factor era già stata mossa a Mare nostrum, il 4 settembre 2014, dall’allora direttore esecutivo di Frontex Gil Arias-Fernandez durante una presentazione davanti a una commissione del parlamento europeo”. A scriverlo è la ricercatrice Daniela Padoan dell’associazione Diritti e Frontiere (Adif). Ma secondo Bertotto, e come lui altri professionisti del settore, Frontex presta troppa attenzione ai fattori di attrazione e troppo poca ai push factor, i motivi che spingono i migranti ad andarsene da dove si trovano, anziché a scegliere una certa meta invece che un’altra. “Sono le ragioni per cui fuggono che spingono queste persone a mettersi in mare, non certo la possibilità – che non è certezza – di essere salvati”.

È d’accordo il viceministro degli Esteri Mario Giro, che lo scorso 28 febbraio ha risposto così alla tesi di Leggeri, contenuta in un’intervista pubblicata da Die Welt:

Chi spiega tutto con presunti pull factor dovrebbe fare un’analisi più seria: l’unico vero pull factor che esiste è la presenza dell’Europa a poche miglia marine dalla costa africana. Frontex vuole forse spostare l’Europa?

La logica dei pull factor, insomma, non basta da sola a spiegare l’aumento delle migrazioni né quello delle morti in mare. Altrimenti sarebbe servito a qualcosa smettere di pattugliare il tratto di mare che va da Malta alla costa libica, come ha fatto in effetti Frontex. Ma così facendo, le navi UE sono sempre più lontane dalla zona dove affondano i barconi usati per le traversate. Secondo le ONG, la zona dei naufragi va da 20 a 40 miglia nautiche di distanza dalla costa libica: per arrivarci da Malta le navi di Frontex impiegano una decina di ore. E così negli ultimi mesi del 2016 la quota di salvataggi operati dalle navi delle associazioni non governative è arrivata al 40 per cento.

Frontex, tra l’altro, non considera le telefonate satellitari fatte dai migranti a bordo dei barconi sufficienti per autorizzare missioni di salvataggio. L’agenzia europea in casi del genere raccomanda di “investigare e verificare”, e di intervenire solo in seguito. Questa prassi è stata denunciata dall’europarlamentare Barbara Spinelli: secondo le autorità italiane e internazionali che si occupano di diritto del mare, anche se l’immigrazione clandestina è illegale, salvare la vita ai naufraghi ha la precedenza. Secondo la convenzione di Amburgo del 1979, questo significa raccoglierli a bordo e accompagnarli in un porto sicuro. E la definizione legale di “porto sicuro” prevede garanzie sui loro diritti, includendo la “possibilità di richiedere asilo e di ottenere un’accoglienza dignitosa”, il che esclude di poterli riportare in Libia o in Tunisia.

Il procuratore Zuccaro è tornato su questo punto in un’intervista a Tg Rai Sicilia. A fronte della proliferazione delle ONG, dice il magistrato, si deve prendere atto dell’“inattività di taluni Stati cui spetta dare delle risposte al problema”. Se si esclude l’Italia – dove, a dispetto di tutto, lo scorso fine settimana sono sbarcate più di ottomila persone – il cerchio si chiude intorno a Malta. “Da parte del governo maltese non c’è alcuna risposta a eventi SAR” (la sigla sta per Search and Rescue, “ricerca e soccorso”, NdR).

Occorre che ognuno faccia la propria parte, perché il numero dei migranti che approda in Italia è sempre meno gestibile.

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