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Delitto Ancona: il fidanzatino nei guai

Può una storia d’amore, possibilmente la prima nell’acerba vita di una sedicenne, stravolgere la mente dei due innamorati tanto da trasformarli in assassini? Sembrerebbe di sì, se si considera la sequenza dei fatti che ad Ancona la sera di sabato hanno visto cadere sotto i colpi di una calibro 9, Roberta Pierini e Fabio Giacconi, ‘colpevoli’ di non condividere quella storia d’amore nata solo qualche mese fa tra la loro figlia e il 18enne giustiziere.

Otto proiettili per fulminare alla testa la donna, 49 anni impiegata; quattro per il papà, sottufficiale dell’aeronautica militare, che ha tentato la fuga e che ora giace nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Torrette. Praticamente morto. Dopo la mattanza i due fidanzatini fuggono a bordo di uno scooter, ma quattro ore dopo vengono intercettati dai carabinieri e portati in caserma dove nella notte confessano.

La ragazzina scoppia in lacrime davanti al magistrato: “Come sta papà? e adesso dove portano Antonio?”. Si chiama Antonio Tagliata il ragazzo innamorato perso, che era andato a casa dei ‘suoceri’ non tollerando di sapere che la sua ragazza era stata segregata in casa per evitare di farla incontrare con lui.  Antonio voleva un chiarimento, solo un chiarimento per ottenere il quale si era presentato armato. Il resto è da due giorni nelle cronache di tutti i giornali e tiggì.

“L’hanno descritto come un mostro, ma mio figlio è un ragazzo buono: lei lo ha plagiato. La porta di casa dei genitori l’ha aperta lei. C’è stata una colluttazione, e lei ha detto spara!..”. Carlo Tagliata, il papà dell’assassino, non riesce ancora a considerare suo figlio per quello che ha fatto e ricorda come Antonio è sempre stato: “Un gigante buono, generoso, altruista”. Racconta che i due ragazzi, proprio per la loro storia d’amore impossibile, in passato avevano anche tentato il suicidio.

Ora, spetterà alle indagini fare luce sul gravissimo episodio che riporta alla memoria di tutti noi un altro delitto, forse ancora più atroce perché tra le vittime aveva anche un bambino di 11 anni. Accadeva a Novi Ligure 14 anni fa, e anche lì la ragazzina, Erika, era soltanto una sedicenne che aveva intrecciato una relazione con Omar, un anno più vecchio. Il loro piano diabolico aveva premeditato di sterminare tutta la famiglia. Ma per una fortuita coincidenza il padre si salvò dalla furia omicida. Furono in tutto 97 le coltellate inferte dai due assassini sui corpi delle povere vittime.

“Non doveva finire così”, confessa Antonio al magistrato di Ancona che da solo quattro mesi viveva la sua relazione con la figlia delle sue vittime. Per venti giorni, i due erano andati a vivere a casa di lui, e c’era anche una ‘scrittura’ in cui le due famiglie consentivano la coabitazione. Poi le cose si erano fatte sempre più difficili per i fidanzati, i genitori della giovane si opponevano alla storia. Di qui la decisione di Antonio di andare a parlare di persona per risolvere la questione. “Non volevo sparare – ha dichiarato poi –  ma il padre della mia ragazza ha avuto un atteggiamento aggressivo, sprezzante, offensivo: ha attaccato me e la mia famiglia mi ha detto vi mando in galera. Non ho capito più niente e ho fatto fuoco“.

Lei minuta, apparentemente insicura, ma apparsa, dopo il fermo di polizia, come una ragazza “glaciale”, senza lacrime né pentimenti. Lui grande e grosso, i guanti da box sul profilo Facebook, l’orecchino e il pizzetto, ma anche le crisi di panico frequenti, la voglia di confessare subito il delitto e di costituirsi. Sono due ragazzi come tanti: Antonio, 18 anni, studi all’istituto alberghiero un futuro lavoro da cuoco, e la sua fidanzatina di 16 anni, studentessa di un istituto tecnico, figlia unica, un padre severo e una madre apprensiva. “Litigi su litigi…ma se il sentimento è vero nulla ci separerà” aveva scritto a maggio su Fb Antonio, figlio di un immigrato pugliese sul quale per un po’ ha pesato un’inchiesta per omicidio dalla quale è uscito però indenne.
Più ‘delicata’ la storia della sedicenne, di cui da nessuna parte compare il nome di battesimo. Sembra che a 12 anni sia rimasta traumatizzata da un flirt con un ragazzo violento. I genitori, soprattutto il padre, forse proprio per questo la proteggevano come un fiore fragile, ma forse erano anche – così almeno sostengono Antonio e i suoi familiari – molto autoritari. “Le impedivano di uscire, di vedermi”, la tenevano “segregata”, l’avrebbero anche “fatta ricoverare in ospedale”. Tanto che lei sarebbe arrivata al punto di denunciarli alla polizia, anche se la circostanza non trova conferme ufficiali.

Ancona oggi, Novi Ligure nel 2001. Qualche mese fa Melito di Porto Salvo, Reggio Calabria, dove e una solitaria 17enne uccide con un colpo di pistola alla tempia la propria madre, 44 anni, infermiera, ‘colpevole’, di averle vietato cellulare e computer a causa del suo scarso rendimento scolastico.

Non è vero che la cronaca nera è tutta uguale. Ci sono storie che quasi non attirano più la nostra attenzione, ma ce ne sono altre, come queste, che la nostra attenzione dovrebbero destarla al massimo. Sono le tragedie che si consumano tra le mura domestiche, quelle mura che dovrebbero proteggere dai pericoli esterni. Le mura domestiche non possono racchiudere il teatro di crimini efferati come i matricidi, ma devono mantenere la loro sacralità che è strettamente correlata all’importanza e la centralità della famiglia nella società.

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