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Il Giappone rischia una guerra di mafia

La Yamaguchi-gumi, la branca più potente della Yakuza – l’organizzazione criminale giapponese analoga alla nostra mafia – ha subito una scissione che minaccia di avviare un regolamento di conti di dimensioni mai viste.

Per capire la scala del fenomeno e delle preoccupazioni che suscita in Giappone e all’estero, si deve considerare che la Yamaguchi-gumi è una multinazionale criminale da 70 miliardi di euro e più di 23 mila affiliati. Da un secolo – è stata fondata nel 1915 a Kobe, città portuale della regione del Kansai, dove sorgono anche Osaka e l’antica capitale Kyoto –  si occupa di speculazioni edilizie, estorsioni, traffico di droga e di esseri umani.

La scissione formale di un’organizzazione della Yakuza è un evento raro e mai indolore in un’organizzazione in cui i gruppi rispettano religiosamente la gerarchia precostituita, e gli affiliati obbediscono ciecamente ai superiori, arrivando ad atti anche cruenti di automortificazione quando credono di aver tradito la loro fiducia.

La frattura si è aperta lo scorso 28 agosto, quando tredici gruppi affiliati alla Yamaguchi-gumi hanno contestato alcune decisioni del capo supremo – il kumichoShinobu Tsukasa. Al centro della contesa, sostiene la stampa giapponese, ci sarebbero le nomine di fedelissimi di Tsukasa in posizioni di rilievo e l’intenzione di spostare la sede operativa dell’organizzazione da Kobe a Nagoya, la sua città natale.

I clan ribelli, che operano nel Kansai, avrebbero contestato anche le pressioni esercitate nei loro confronti sul pagamento di quote associative e contributi per le spese del quartier generale, oltre che per le regalie pretese dal boss in occasione delle feste. Secondo un articolo di Atsushi Mizoguchi, pubblicato dal mensile Wedge e citato dal Fatto Quotidiano, questi continui trasferimenti di denaro dai clan minori alla “cupola” avrebbero avuto il secondo fine di aumentare il potere di quest’ultima e mantenere gli affiliati dipendenti dal capo.

Le proteste dei clan del Kansai avrebbero convinto Tsukasa a dichiarare la “rottura delle relazioni” (zetsuen) e la “scomunica” (hamon) degli scissionisti, che a quel punto si sarebbero costituiti in una nuova organizzazione.

Sempre secondo la stampa locale, il nuovo soggetto criminale si dovrebbe chiamare Kobe Yamaguchi-gumi, rivendicando fin dal nome la continuità con la Yamaguchi-gumi dei primi tempi, ma la sua sede dovrebbe essere nell’isola di Awaji, di fronte alla costa del Kansai. Dovrebbe avere almeno tremila affiliati. Per quanto riguarda l’identità dei suoi capi si sono fatti i nomi di Kunio Inoue, boss della Yamaken-gumi, e Osamu Teraoka della Kyokyu-kai.

Alla notizia della scissione la polizia è entrata in stato di massima allerta e la cittadinanza segue gli sviluppi con apprensione. Oggi le forze dell’ordine hanno fatto irruzione nella sede di un clan scissionista a Kobe, con il pretesto di un’indagine su carte di credito e schede telefoniche di comodo fornite agli affiliati, ma con il secondo fine dichiarato di ottenere informazioni di prima mano sulla nuova organizzazione criminale.

Alcuni commentatori, fra cui Mizoguchi, ritengono molto probabile lo scoppio di una guerra di mafia su vasta scala. C’è un precedente nel 1984, quando un regolamento di conti interno alla Yamaguchi-gumi costò 25 morti e 70 feriti.

Ma altri fanno notare che la Yakuza ha tutto l’interesse a tenere sotto controllo le ostilità.

Fin dal dopoguerra, quando il governo delle potenze occupanti li incaricò di mantenere l’ordine pubblico, la legge giapponese è stata estremamente tollerante con i clan malavitosi: fino al 1991 non esisteva legislazione in materia, e anche ora che la legge c’è, l’esistenza dei boryoku-dan – alla lettera, i “gruppi violenti” – prosegue indisturbata: le operazioni di polizia condotte da allora hanno portato in carcere migliaia di persone, ma con l’effetto collaterale di potenziare le organizzazioni sopravvissute, che hanno accolto i transfughi dei clan sgominati.

Nonostante le istituzioni cerchino di contrastarla in ogni modo, la Yakuza è ancora benvoluta da settori della popolazione, che ricompensa con protezione e favori, e ha amici potenti nel mondo della politica, degli affari e dei media. Il meccanismo è simile a quello che conosciamo fin troppo bene anche dalle nostre parti.

L’appartenenza al “sistema” non è né un mistero né un tabù: anzi, è ostentata nell’abbigliamento, nel gergo e in tutti gli altri status symbol, come i vistosi tatuaggi, che in Giappone sono un’esclusiva degli affiliati. Le organizzazioni più ricche operano alla luce del sole, hanno sede in uffici lussuosi e forniscono biglietti da visita ai loro dipendenti.

Uno scontro violento potrebbe modificare questo equilibrio. Se facesse venire meno il sostegno di cui godono i clan, permetterebbe all’agenzia nazionale di polizia di avviare una nuova fase della “guerra alla Yakuza” avviata nel 2009 che ha già portato all’arresto di numerosi esponenti anche di alto livello.

F.M.R.

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