Stupri come arma di guerra. L’Uk dice basta

Fermare la violenza sessuale come arma di guerra. Una violenza che colpisce non solo donne ma anche uomini e bambini, e che lascia traumi, accentuando divisioni etniche e rafforzando conflitti e instabilità.

Fermare la violenza sessuale come arma di guerra. Una violenza che colpisce non solo donne ma anche uomini e bambini, e che lascia traumi fisici e psichici, accentuando divisioni etniche e rafforzando conflitti e instabilità. È l’iniziativa lanciata dal ministro degli Esteri britannico, William Hague, nell’ ambito degli impegni per il mandato britannico di presidenza del G8 2013, e presentata ieri a Roma dall’ ambasciatore britannico Christopher Prentice.

William Hague, ministro degli Esteri britannico

William Hague, ministro degli Esteri britannico

Il ministro degli Esteri britannico William Hague ha inserito il tema dello stupro come arma di guerra contro la popolazione civile nell’agenda del G8, per il periodo di presidenza del Regno Unito. E, per promuovere anche nel nostro Paese una maggiore consapevolezza rispetto al fenomeno, l’ambasciata britannica ha costituito un Gruppo di lavoro in Italia, che coinvolge l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Roma Capitale (Dipartimento Pari Opportunita’), le associazioni Se Non Ora Quando e Avvocati Senza Frontiere. E ha organizzato sempre nella Capitale un convegno-dibattito dal titolo “Fermiamo la violenza sessuale come arma di guerra”.

I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a dubbi: tra il 1992 e il 1995 in Bosnia- Herzegovina sono state stuprate dalle 20 mila alle 50 mila donne; in Sierra Leone la cifra oscilla tra 50 mila e 64 mila. Ancora: durante il genocidio in Ruanda, secondo le Nazioni Unite almeno 250 mila donne hanno subito violenza sessuale; in Liberia il 49 per cento delle donne tra i 15 e i 70 anni ha denunciato di aver subito almeno una volta una violenza fisica o sessuale da un soldato o combattente.

Adesso il nuovo fronte è la Siria dove cominciano ad emergere terribili denunce a riguardo.

Come sottolinea l’ambasciatore britannico in Italia Christopher Prentice “Dalla Bosnia alla Somalia, dalla Sierra Leone al Congo, come in Ruanda e in Libia la violenza sessuale è stata utilizzata per atterrire e distruggere intere comunità. Purtroppo ciò avviene tragicamente anche oggi in Siria, mentre le organizzazioni internazionali indicano la violenza sessuale come una delle principali ragioni di fuga dei rifugiati. Sia l’Italia che il Regno Unito – continua – in qualità di paesi membri del G8 hanno la responsabilità di agire con l’obiettivo di consegnare alla giustizia chi commette queste atrocità'”.
Secondo Francesca Paltenghi dell’ Unhcr bisogna intensificare la presenza delle donne nei processi di pacificazione dei conflitti perché “le conseguenze di uno stupro sono fortissime per la vittima e la società e proseguono anche una volta terminato il periodo bellico”.stupri siria

Anche Antonio Manca Graziadei, presidente di Avvocati senza frontiere, ha sottolineato come durante i conflitti le donne siano considerate un’arma di guerra: “in questi casi si stupra una donna per stuprare un’intera comunità, per questo molte volte questi crimini vengono commessi in pubblico”.

Jackie Upton del ministero degli Esteri britannico ha spiegato la strategia, basata su un doppio binario, che l’Inghilterra intende adottare per contrastare la violenza nelle zone di guerra: da un punto di vista pratico il Regno Unito sosterrà maggiormente i Paesi colpiti attraverso un team di esperti composto da dottori, psicologi, avvocati, in modo da potenziare le risorse già disponibili. Parallelamente, nel periodo di presidenza del G8, il governo britannico si impegna a lavorare sui diritti delle donne, anche attraverso un protocollo internazionale che aumenterà la portata delle pene per chi commette questi reati e il sostegno psicologico e sociale per le vittime. Come afferma Ann Hanna, anche lei del ministero degli Esteri britannico “è necessaria un maggiore consapevolezza su questo tema. È di sicuro importare il lavoro che stanno portando avanti le Ong, ma bisogna che si mobiliti anche l’opinione pubblica. Dobbiamo rompere il muro del silenzio e far in modo che gli interventi siano efficaci”.

C.D.

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